Molestie al cinema: quando le vittime diventano carnefici da condannare

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Molestie al cinema: quando le vittime diventano carnefici da condannare

Kevin Spacey

Le ultime settimane hanno visto l’accendersi di un grosso fenomeno mediatico di cui tutti, ormai, hanno sentito parlare. Molte donne dello spettacolo hanno denunciato molestie nei loro confronti avvenute da parte di  noti registi e produttori. Tutto è iniziato con il caso Weinstein, scoppiato quando il New York Times ha raccolto le testimonianze di diverse donne, vittime di un ricatto a sfondo sessuale da parte del produttore della Miramax. Tra queste vi era anche l’italiana Asia Argento.

Da quel momento in poi, i mass media hanno scoperchiato il vaso di Pandora: tanti i nomi che sono stati fatti, da Kevin Spacey a Louis CK. Improvvisamente, il male trattenuto per tanti, troppi anni, è uscito fuori come un fiume in piena. Un fenomeno su cui finalmente è cessato il silenzio e con cui adesso la società deve fare i conti. Diversi tipi di molestie, declinati nella più becera forma del maschilismo nei casi già citati, che tutti conoscevano e accettavano come normalità. Dai commenti spinti e molesti di Kevin Spacey sul set di House of Cards (che Netflix ha deciso di chiudere) alle richieste di favori sessuali in cambio di ruoli più o meno importanti, perfino atti osceni di gente come il comico Louis CK che, come da lui stesso confessato, ha sfruttato il suo prestigio per compiere molestie e non sentirsene affatto in colpa, o non preoccupandosi dell’effetto che avrebbe avuto su quelle persone. Le denunce sono arrivate una dopo l’altra, gettando una luce nuova sul tappeto rosso hollywoodiano, che adesso appare agli occhi del mondo meno scintillante e più marcio e instabile.

Poteva essere un’occasione per riflettere e porre fine a questa mentalità, invece così non è stato: le testimonianze hanno dato vita all’ennesima polemica dove, ad emergere, sono state le donne e le situazioni di contorno, non gli atti in sé.

Louis CK

Improvvisamente sul banco degli imputati ci sono salite loro, le vittime. Colpevolizzate di non avere dignità, di non essere state in grado di dire no. Nessuno conosce le ragioni delle loro reazioni, nessuno sa come ci si sente a sentirsi impotenti e bloccate ad un bivio che non fa parte del percorso naturale di ciascuno di noi, ma che viene posto sulla nostra strada da una personalità subdola e potente. Un ostacolo inutile, meschino, a cui nessuno è preparato. Eppure tutti si sentono in dovere di giudicarle: non meravigliamoci poi se le donne non denunciano. Quella che doveva essere una battaglia contro l’abuso di potere si è trasformata, a detta di molti, in una gogna mediatica a colpi di dichiarazioni, accolte dalla massa prima ancora di un processo che possa valutarne la veridicità. Ciò che sfugge ai molti, tuttavia, è che questi uomini hanno già confessato i loro crimini. Fatta eccezione per registi come Fausto Brizzi, che ha negato le accuse e ha intenzioni di difendersi (eppure, è emerso che una donna già si recò a denunciare il regista, ricevendo in cambio una sonora risata per mancanza di prove), i grandi di Hollywood (Weinstein, Spacey e CK) hanno già confermato la fondatezza di tali dichiarazioni, che le vittime non hanno inventato nulla, che sono pronti a farsi curare e ad assumersi le responsabilità delle loro azioni. Nessuno pensa a questo, anzi, si parla già di “seconda possibilità” per queste persone. Certamente tutti hanno diritto a una seconda occasione nella vita, ma questa deve passare attraverso un lungo percorso di riabilitazione e reinserimento. Nessuna di queste persone ha diritto di tornare alla ribalta proprio ora, di continuare a calcare le passerelle indisturbati. Non quando le vittime sono ancora oggetto di polemiche o di dubbi che dovremmo imparare tutti a tacere, nel rispetto di una situazione così delicata e di cui nessuno ne possiede la verità assoluta.

Fausto Brizzi

Ciò ci porta a un altro dibattito, una questione ben più legittima e di cui ha molto più senso discuterne. Una questione sicuramente più importante degli inutili dibattiti sulla dignità delle donne che sono scesi a compromessi. Che ruolo gioca il valore artistico di queste persone? Le più grandi case di produzione hanno interrotto ogni tipo di rapporto con le personalità coinvolte. Netflix ha rotto i ponti sia con Spacey che con Louis CK (presenti entrambi nel catalogo della famosa piattaforma), Spacey è stato inoltre escluso da qualsiasi premiazione, molte opere cinematografiche cancellano il nome della Miramax. Sì, bisogna separare l’arte dalla persona. La Bellezza è qualcosa di esule dalla morale, l’opera artistica più dignitosa può risiedere nell’animo più corrotto e non si deve, perciò, cancellare ciò che hanno fatto. Tuttavia, una azienda ha tutto il diritto di slegare il proprio nome da queste persone per preservare la sua immagine.  Cancellare i progetti futuri con tali personaggi è un modo per tutelarsi e per dissociarsi totalmente. In queste situazioni le major non hanno altra soluzione se non la via drastica.

Torneranno un giorno sui set? Forse, ma sarà un giorno lontano da questi che stiamo vivendo. Giorni dove, purtroppo, dimostriamo di non aver imparato nulla e la cultura dell’oppressione si dimostra essere, ancora una volta, imperante. Un’ombra che continua ad oscura le nostre coscienze.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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