“Escape artist”: Guy Ben-Ner in “Campi”, video-rassegna al BACO

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Escape artist: Guy Ben-Ner in Campi, video-rassegna al BACO

Campi del BACO di BergamoLa nuova rassegna Campi del BACO di Bergamo, curata da Sara Benaglia e Mauro Zanchi, ha una grande ambizione: far riflettere sulla condizione dei migranti, mostrandola per quello che è grazie a dei video. L’impronta, la traccia che sottende la mostra, è quella dei post-colonial studies: c’è un’analisi politica – nel senso più vasto del termine, cioè che non riguarda lo scontro tra partiti ma la vita sociale e civile – della situazione del migrante, perché si vuole offrire un suggerimento critico allo spettatore. Non c’è il distacco della divulgazione, gli artisti entrano nel vivo della questione con l’idea che non si debba solo mostrare, ma agire concretamente. Nell’ambito della rassegna, oltre ai lavori di Iorio e Cuomo, Regina José Galindo, Adrian Paci, Gabriella Ciancimino e Invernomuto, i due curatori hanno voluto proporre il video Escape Artist di Guy Ben-Ner (1969, Ramat Gan, Israele), un lungometraggio di 37 minuti che mostra le lezioni che l’artista tiene in un campo per migranti in Israele. Da due anni infatti Ben-Ner tiene un corso di cinema una volta a settimana nel centro di detenzione per richiedenti asilo africani di Holot, nel deserto di Negev, nel sud di Israele. La situazione è questa: Israele è firmatario della Convenzione ONU sui rifugiati del 1951 e pertanto non può espatriare i rifugiati politi, ma al contempo concede lo status solo a pochi fortunati, il 5% dei richiedenti, destinando gli altri a un limbo politico.
Queste lezioni sono un sollievo nella lunga settimana dei migranti, ma sono anche un modo per mostrare la loro condizione: nel filmato rappresenta le loro vite, disseminandolo di spunti di riflessione grazie al suo linguaggio metanarrativo. Come i due curatori scrivono nella presentazione dell’opera

Guy Ben-Ner […] mentre spiega i segreti del montaggio parallelo e del taglio invisibile, mostra meta-cinematograficamente allo spettatore che “una porta”, un confine, “rappresenta sempre un taglio nella realtà”. Organizza nel modo che gli è proprio il “montaggio critico degli eventi”, rimbalzandoci addosso una realtà cruda attraverso umorismo e ironia.

Ben-Ner lavora infatti sul confine arte/vita affidandosi spesso allo strumento dell’ironia e creando immagini surreali. Il suo modo di lavorare sente l’influsso della grande importanza che ha per lui essere padre: come ha raccontato in un’intervista a Maurizio Cattelan, volendo fare dell’arte che coinvolgesse anche i figli, spesso si ritrova a indagare il confine tra realtà quotidiana e momenti surreali.

Ho fatto la mia scelta molto tempo fa, quando ho iniziato a lavorare con i miei figli. L’unico modo corretto di lavoro era quello di permettergli di godere del prodotto finale. Così cerco di fare film che i miei figli possano capire, anche se su piani diversi. In ogni caso credo che non ci sia ragione per non estendere ulteriormente questo tipo di approccio. In generale vorrei comunicare con la gente e non solo con il mondo chiuso dell’arte.

Guy Ben Ner, Escape Artist
Guy Ben Ner, Escape Artist

Mostrando a noi spettatori le lezioni in cui spiega i segreti della regia ai migranti (ad esempio tramite l’effetto Kulešov e il filmato Nanook of the North del 1992), Guy Ben-Ner crea dei continui paralleli tra la loro condizione e la sua, giocando proprio su elementi della quotidianità, le piccole cose che sentiamo istintivamente vicine a noi, forse più che i grandi temi umanitari; ad esempio mostra il desiderio dei suoi studenti del cibo di casa, confrontato con il triste pasto del refettorio; lo svolgimento di una mattina come tante altre, quando Ben-Ner saluta la famiglia per recarsi al campo per fare lezione confrontato al risveglio sempre uguale dei migranti.
Credo sia questa la sua forza, creare una comunanza umana basata sulle esperienze che ci accomunano tutti: il cibo e gli affetti sono un linguaggio universale e lo stridere delle immagini di due quotidianità così diverse parla da sé, senza bisogno di grandi rivendicazioni. Il fatto che il messaggio sia suggerito, ammantato di gioco e ironia, aumenta la sua forza: all’artista non servono immagini crude per ricordare come i suoi studenti, prima che migranti, sono uomini.

Campi
A cura di Mauro Zanchi e Sara Benaglia
BACO – Base Arte Contemporanea Odierna, Bergamo
Dal 21 ottobre al 2 dicembre 2017

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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