Nazim Hikmet: “la voce del mondo” tra ideali politici, amore e bellezza

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Nazim Hikmet: “la voce del mondo” tra ideali politici, amore e bellezza

Sono nato nel 1902
[…]
dall’età di 14 anni
faccio il poeta
alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c’è quasi pietanza
che non abbia assaggiata

Chi era Nazim Hikmet (Salonicco, 20 novembre 1901 – Mosca, 3 giugno 1963) ce lo racconta proprio lui, nella sua meravigliosa e lunghissima poesia Autobiografia.

Poeta precoce, cantore della vita e della libertà del pensiero e della parola, “voce del mondo” come ebbe a definirlo Pablo Neruda, Hikmet visse con la stessa intensità dei suoi versi un’esistenza fatta di separazioni, nostalgie, prigioni, alberghi di lusso (talvolta) e cibi stranieri che assaporava insieme al ricordo amaro della sua terra – la Turchia, che fu costretto ad abbandonare nel 1922 per aver sposato gli ideali marxisti e per le aspre denunce che non risparmiò contro i massacri perpetrati in Armenia.

Io forse morirò lontano dalla mia lingua,
lontano dalle mie canzoni,
lontano dal mio sale e dal mio pane,
con la nostalgia di tua madre e di te

Così scrisse nella bellissima poesia Forse la mia ultima lettera a Mehmet dedicata al figlio. E così fu. Nazim Hikmet in patria non fece più ritorno. Visse da esule e conobbe la solitudine delle prigioni, dove imparò a scrivere la poesia con la voce, affidandola a terzi attraverso lunghi e appassionati dettati. Trascorse più di 17 anni della sua esistenza tra le pareti stanche e consumate delle carceri – e fu in questi luoghi di esilio nell’esilio che si rafforzò il suo concetto di poesia come strumento di libertà e di coinvolgimento sociale.

Hikmet fu un rivoluzionario, nella vita come nella poesia, dove sovvertì le regole dell’estetica e i canoni tradizionali della metrica introducendo il verso libero con una cura particolare per gli accenti e i suoni, che dovevano essere più somiglianti possibili a quelli del canto e della lingua parlata giacché la poesia non era fatta per restare chiusa nel silenzio, bensì per essere cantata e proclamata ad alta voce. Ma soprattutto fece della sua poesia uno strumento di resistenza e di divulgazione delle proprie idee e delle proprie emozioni che fosse alla portata di tutti e non solo delle categorie sociali più colti ed istruite.

La cifra politico-sociale della sua opera artistica sapientemente mescolata all’elemento esistenziale è ben evidente in Panorami umani, poema epico considerato ancora oggi il suo capolavoro. Si tratta di un componimento letterario di 70mila versi, scritti e dettati, che lo videro impegnato per circa vent’anni – di cui la più della metà trascorsi in carcere. Questi versi ci prendono per mano in un viaggio che attraversa le vicende storiche e politiche del popolo turco per confondersi poi con le piccole e grandi storie di umanità varia incrociate nelle carceri. Funzione sociale e lirismo trovano in quest’opera una sintesi magistrale.

Ma al grande pubblico, Hikmet è conosciuto anche e soprattutto per essere il poeta dell’amore: Il più bello dei mari è forse la sua poesia più famosa ed è indubbio che l’Amore rappresentò uno dei temi centrali della sua produzione artistica.

L’Amore cantato da Hikmet non è però quello della passione travolgente o del tormento. È piuttosto un sentimento che fa da cerniera tra sé e il mondo, che riconcilia e riappacifica, come un abbraccio caldo.

E così, anche la donna è rappresentata nelle sue opere rovesciando i canoni tradizionali della bellezza e del desiderio. Non è più un ideale, un pensiero impalpabile o metafisico, ma è piuttosto una figura viva, carnale, raggiungibile in tutta la molteplicità di relazioni che con essa si possono instaurare. La donna è allo stesso tempo amante, madre, amica, confidente, guerrigliera e compagna di lotta come un uomo. E questo si afferra bene nei versi de Le tue parole erano uomini, che il regista Ferzan Özpetek cita in uno dei passaggi più belli ed emozionanti del film Le Fate Ignoranti.

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle
Dalla tua testa, dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
la tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Amore e bellezza si intrecciano nella poesia di Hikmet. E anche la bellezza diventa qualcosa di materico, di fisico, di raggiungibile, come le foglie morte dei viali d’ippocastani, il primo concerto di Ciajkowskj sotto la pioggia, gli acini d’uva che si schiacciano contro i vetri e i polpacci bianchi bagnati. Sono queste solo alcune delle figure che ritroviamo nella poesia di Hikmet e che rievocano un’idea di bellezza ruvida e tangibile.

Nazim Hikmet fu tutto questo. Fu poeta rivoluzionario, “comunista romantico” (come qualcuno lo definì), cantore dell’amore e della bellezza delle piccole cose . Ma soprattutto fu il poeta di tutti, e a questa sua vocazione si deve forse il fatto che fu tra i poeti più tradotti in tutto il mondo.

Antonella Fumarola per MIfacciodiCultura

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