Tra gli enigmi della pittura metafisica di Giorgio de Chirico

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Tra gli enigmi della pittura metafisica di Giorgio de Chirico

Giorgio de Chirico
Giorgio de Chirico

Giorgio de Chirico è senz’altro conosciuto da tutti come il maggiore esponente della Pittura Metafisica che pose le basi per la nascita del Surrealismo.

Ma chi era il grande de Chirico?

Nato da genitori italiani benestanti a Volo, in Grecia, il 10 luglio del 1888 Giorgio de Chirico si avvicina alla pittura già in tenera età, a soli 10 anni. Successivamente, trasferitosi con la famiglia a Monaco di Baviera, finirà gli studi presso l’Accademia di Belle Arti. È infatti in Germania che de Chirico inizia a formarsi artisticamente, manifestando dapprima un certo interesse per il Simbolismo tedesco, in particolar modo per il pittore Arnold Böcklin che con la sua pittura decadente influenzerà i suoi primi dipinti.

Parallelamente all’arte si interessa anche di filosofia, leggendo Nietzsche e Schopenhauer.

Nonostante dal 1911 al 1915 si trasferì a Parigi dove in quel periodo il Cubismo grazie a Picasso era la vera e propria novità, rimase comunque estraneo alle Avanguardie, dimostrando spesso atteggiamenti polemici a riguardo.

Sono di questo periodo le sue famose rappresentazioni delle Piazze d’Italia in cui ricorrono i temi tipici della pittura di de Chirico come l’infinito, la solitudine, le piazze deserte, l’enigma ed il mistero. Le piazze riprodotte sono infatti piazze vuote e silenziose, dove le architetture sono spesso irrealistiche e inabitabili. D’altronde de Chirico tramite la sua pittura non volle mai insegnare qualcosa: le sue sono visioni senza finalità, la natura è enigmatica e non è necessario cercare sempre soluzioni.

La prima piazza che de Chirico dipinge è Enigma di un pomeriggio d’autunno, che come spiega l’artista stesso nasce da una visione avuta in Piazza Santa Croce a Firenze.

Tra gli enigmi della pittura metafisica di Giorgio de Chirico
Giorgio de Chirico, Piazza D’Italia, 1953

Affiora anche l’influenza filosofica, in particolar modo la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche: ispirato dalle parole del filosofo tedesco, de Chirico vede l’arte come una sorta di confronto ininterrotto tra persone appartenenti a epoche diverse ma che attraverso la pittura dialogano in un eterno presente. Proprio per questo motivo inizia a eseguire dipinti che sono delle vere e proprie rielaborazioni delle opere dei grandi del passato tra cui egli stesso si inserisce con la sua pittura, iniziando ad un certo punto ad eseguire anche rielaborazioni dei suoi stessi lavori, in una sorta di vera e propria ossessione verso l’eterno ritorno del sempre uguale nel campo artistico.

Durante la Prima Guerra Mondiale si arruola come volontario insieme al fratello, Alberto Savinio e viene inviato a Ferrara: qui farà la conoscenza del pittore futurista Carlo Carrà. Da questa fortunata amicizia nascerà una delle nuove e più importanti correnti artistiche del ‘900: i due danno inizio alla Pittura Metafisica.

Il termine metafisica ha una lunghissima storia ed è legato strettamente alla filosofia, sempre a rimarcare il grande connubio dell’arte con l’antica arte del pensare attuato da de Chirico: con questo termine, semplicemente, il filosofo Andronico da Rodi (I sec. a.C.) nominò i libri di Aristotele che non parlavano dell’argomento fino a quel momento trattato, ovvero al fisica. Inizialmente, quindi, servono solo a catalogare l’immensa opera dello stagirita: da quel momento in poi, però, il termine si carica anche di una connotazione concettuale ben più pregnante, andando a “catalogare” qualsiasi argomento filosofico che non parlasse delle cose materiali (la fisica, appunto), ma tutto ciò che è altro dall’empiria, dall’esperienza. Ecco dunque che la Metafisica diventa la branca del sapere che va ad indagare tutto ciò di altro, dall’anima a Dio. Si capisce bene, a questo punto, quale fosse l’impronta concettuale alla base del lavoro di Carrà e de Chirico, ove il reale si mescola e si alterna a visioni oniriche e, spesso, più concettuali che reali.

Tra gli enigmi della pittura metafisica di Giorgio de Chirico
Giorgio de Chirico, Le Muse inquietanti,1917

La Pittura Metafisica usa gli strumenti tipici dell’arte per rappresentare qualcosa che va oltre alla percezione sensoriale, lasciando così spazio ai sogni e alle visioni dell’inconscio. È per questa ragione che le architetture e i luoghi riprodotti da de Chirico assumono una valenza onirica per via di una prospettiva quasi distorta, colori ed elementi quasi innaturali o fuori luogo.

La pittura di de Chirico trasmette spesso un senso di solitudine ed inquietudine, come se ci trovassimo nel pieno di un sogno. A partire dal 1917 i manichini diventano una costante della pittura di de Chirico. In questo caso il manichino, freddo, rigido, senza volto e quindi inespressivo prende il posto dell’essere umano, che diventa un automa privo di emozioni. Per l’idea dell’uomo-manichino de Chirico prese spunto da uno scritto del fratello Alberto Savinio, il dramma Chants de mi mort, in cui Savinio creò il personaggio enigmatico dell’uomo senza volto.

Un’opera d’arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica. 

Giorgio de Chirico

De Chirico muore il 20 novembre 1978 all’età di 90 anni, pochi mesi dopo aver festeggiato il suo compleanno in Campidoglio, a Roma. Tra arte e filosofia, sogno e realtà, se ne andava così uno dei più grandi pittori dello scorso secolo.

Maria Cristina Merlo per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Mario felice dice

    Grazie mille per la spiegazione comprensibile e esauriente.
    Mario felice legnazzi

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