Giò Ponti: il maestro dell’architettura e del design italiano

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Giò Ponti: il maestro dell’architettura e del design italiano

Prodotto di design del periodo Richard-Ginori, 1925

Una carriera unica ed eclettica. Designer, architetto, editore, docente universitario, scrittore: queste sono le professioni in cui si è cimentato durante la sua vita (Giovanni) Giò Ponti. Non a caso sintetizzare un lavoro così denso, che ha influenzato nettamente l’estetica del XX secolo in Italia, non è facile, tenendo conto della forte e incessante dialettica intercorrente tra le diverse fasi della sua evoluzione stilistica.

Nato a Milano il 18 novembre 1891, l’inizio della sua carriera fu sin da subito travagliato: dopo essersi diplomato al liceo classico, Giò si iscrisse alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, ma dovette laurearsi dopo un’interruzione data dalla partecipazione attiva nella Prima Guerra Mondiale. Successivamente, cominciò a lavorare nella sezione di disegno industriale dell’azienda fiorentina di Richard-Ginori, conosciuta dal Settecento per la produzione di ceramica. Durante gli anni Venti e Trenta collaborò dunque attivamente con i suoi artigiani, al fine di sviluppare sofisticate e sontuose ceramiche in stile neoclassico (in auge nel periodo fascista). A differenza di lavori successivi, queste opere di design presentavano colori ricchi e vividi, con una grande energia che nel corso degli anni verrà smorzata a favore di uno stile più morigerato e riflessivo. Infatti nel Dopoguerra la sua estetica continuò a mutare, arrivando anche a vere e proprie idiosincrasie. Si pensi alle curve voluttuose de La Cornuta, la sua macchina da caffè per La Pavoni del 1948 e poi al disegno industriale della sedia Superleggera nel 1957, realizzata per Cassina come rielaborazione innovativa dell’antica ondulata Sedia di Chiavari in legno, entrata presto nelle case di molti Italiani.

Superleggera (sopra) e La Cornuta (sotto)
Superleggera (sopra) e La Cornuta (sotto)

Anche come architetto, Giò Ponti spaziò tra molteplici estetiche completamente differenti. Partì con un’anima fortemente neoclassica seguendo gli stilemi di Piacentini negli anni venti, ispirandosi anche allo stile manierista del cinquecentesco Palladio (conosciuto ai tempi della Grande Guerra). Un’opera simbolo di questo periodo è il Tempio della Vittoria, monumento ai caduti situato in Piazza Sant’Ambrogio a Milano, realizzato in marmo bianco nel 1927: il complesso architettonico presenta un forte significato allegorico, dato dalla pianta ottagonale che indirizza alle otto porte di Milano, da cui i soldati italiani sono usciti per dirigersi ai fronti della Prima Guerra Mondiale. Nel Dopoguerra il suo stile fu influenzato dalle tendenze moderniste, come si può notare dalla sua opera più conosciuta: il Grattacielo Pirelli. Edificato nel 1956, risulta la costruzione in calcestruzzo armato più alta al mondo (127,10 m con il tetto) e originariamente era destinato alla Pirelli per la collocazione dei suoi nuovi uffici dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale (da qui il nome ancora attuale, spesso distorto in Pirellone). Nel 1978 però il palazzo fu acquistato dalla Regione Lombardia, diventando così sede degli organi politici dell’ente locale.

Grattacielo Pirelli e Tempio della Vittoria

Per quanto la carriera da architetto e designer di Giò Ponti sia stata importante, non renderebbe giustizia al suo genio non citare le innovazioni apportate al mondo dell’editoria. Infatti Giò fu tra i fondatori della rivista Domus, rimanendone direttore dal 1928 (anno di fondazione) fino al 1941 e dal 1948 al 1979, per poi fondare un altro giornale, Stile. Nel giro di pochi anni, queste riviste diventarono veri e propri catalizzatori culturali, a livello italiano e internazionale, dando risonanza mediatica a fenomeni architettonici ed artistici contemporanei come Carlo Mollino e Lucio Fontana, nonché salvando il design dallo stereotipo di disciplina puramente commerciale e non artistica.

Pertanto, nell’enorme densità del lavoro di Giò Ponti, ciò che più impressiona è la grande eredità intellettuale e culturale lasciata ai posteri e, soprattutto, a coloro che hanno voluto seguire le sue orme. Nonostante la sua morte il 16 settembre 1979, all’età di 87 anni, viene proprio da pensare che la sua impronta sia rimasta eterna.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura        

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