«Pecunia non olet» disse Vespasiano: la contraddittorietà del denaro

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«Pecunia non olet» disse Vespasiano: la contraddittorietà del denaro

«Pecunia non olet» disse Vespasiano: la contraddittorietà del denaroPagare le tasse è un problema di economia? No, o almeno non solo. Possiamo dire, in prima battuta, che lo è almeno tanto quanto è una questione di condotta etica: forse, a ben guardare, il piano del denaro è sorretto a monte, a mo’ di sostrato, da questo livello precedente, che, dunque, si staglia per importanza primaria, e che, in altre parole, intrattiene col problema economico un rapporto di preminenza e maggiore importanza.

È naturalmente comprensibile che nel quotidiano si avverta la tassazione come un qualcosa legato a filo diretto con le nostre tasche: questo è dovuto all’effetto pratico che il sistema delle imposte ha costruito nel corso dei secoli e del suo affiancamento alla genesi e alla crescita delle istituzioni politiche statali. Tuttavia, è bene, di volta in volta, astrarre dalla necessità alla “sopravvivenza” e guardare le cose con occhio speculativo, interrogante.

Se nel mondo, senza distinzione territoriale di alcun sorta, da est a ovest, da nord a sud, si vincono da secoli le elezioni con le campagne elettorali sui sistemi di tassazione il motivo non può essere solo quello del risparmio invocato dagli elettori: cosa nasconde di tanto affascinante e seducente il discorso politico sulle imposte?

Le polemiche sulle tasse e sulle affermazioni in merito alle stesse da parte dei politici è cosa ricorrente nel tempo: una delle più celebri e curiose frasi sul tema, tanto da divenire un facile ma raffinato slogan, è quella attribuita all’imperatore romano Vespasiano (Cittareale, 17 novembre 9 – Cotilia, 23 giugno 79) che, dopo aver stabilito una tassa per i privati che raccoglievano le urine nei bagni cittadini ed essere stato provocato dal figlio Tito a raccogliere una moneta gettata nell’urina, pronunciò le famose parole «pecunia non olet», il denaro non puzza.

«Pecunia non olet» disse Vespasiano: la contraddittorietà del denaro
Vespasiano

Oggi, nel giorno dell’anniversario della morte dell’imperatore fondatore della dinastia flavia, ha senso, al di là dei mille modi in cui viene letta questa citazione, ricordarne il contenuto, in quanto può far riflettere sul modo tutto umano che noi abbiamo di rapportarci alla questione delle tasse e del moderno welfare. Odiamo pagare denaro che non possiamo controllare direttamente, ma allo stesso tempo invochiamo sempre più servizi pubblici: davvero il denaro puzza e profuma ad un tempo, disgusta ed attira, è potenza creatrice e distruzione in una sola volta, è, in altri termini più generali, qualcosa di eminentemente contraddittorio.

In Italia, qualche anno fa, furono reputate scandalose le sopra riportate parole dell’allora Ministro Padoa-Schioppa, che elogiavano il sistema di versamento delle tasse come un motivo di crescita popolare: gli italiani dissero di sentirsi presi in giro dalle affermazioni del loro rappresentante, di non poter credere di dover essere felici per pagare servizi che poi puntualmente non vengono elargiti, di sentirsi, infine, schiacciati dal peso dell’erario.

Rimangono, nelle parole di senso comune degli italiani e dei cittadini di tutto il mondo (nessuno, paga le tasse col sorriso, nemmeno i tanto elogiati paesi del Nord Europa) due punti fermi, anche se aspramente divergenti: la volontà di molti servizi per cui non si renda necessario pagare ogni volta che se ne usufruisce e il desiderio di sottrarre sempre meno dal proprio reddito per realizzare tali beni. Ora, il circolo è davanti agli occhi di tutti: non pagare le tasse significa non avere servizi pubblici e non avere servizi significa pagare molto per averne, e accettare che quei pochi che riusciranno ad acquistarli godranno di scarsa qualità. Al contrario, decidendo di pagare le tasse, si accetta la costruzione di un servizio di welfare che ha nella sua natura logica la tendenza a chiedere, magari anche tanto è vero, nell’immediato e a restituire nel successivo. In altre parole, un servizio molto pagato ha nelle sue corde la stabilità e la maniera della perfettibilità progressiva,  si apre ad una modalità di efficienza che lo porterà in seguito a chiedere di meno per “stare in piedi” e migliorarsi. I servizi vanno pensati come entità a sé che, come uomini in carne ed ossa, vanno a chiedere un prestito (a noi cittadini) e promettono in cambio di restituire quel denaro necessario a svilupparsi con annessi interessi.

«Pecunia non olet» disse Vespasiano: la contraddittorietà del denaroTutto troppo bello e astratto? E la corruzione? I politici «maiali» del XXI secolo? Le domande sono comprensibili e legittime, a parere di chi scrive non per intelligibilità delle stesse ma più che altro per abitudine, per il loro stare nella realtà vera, tuttavia non avrebbe comunque senso nasconderle. Una risposta potrebbe esserci e la filosofia potrebbe aiutare a metterci in cammino verso di essa: forse nell’era 2.0 dei populismi dilaganti e della noncuranza socio-politica dei cittadini ha senso stopparsi e onestamente impiantarsi su un mutamento di visione. Per anni, storicamente, la lamentazione l’ha fatta da padrona, le colpe si sono addossate, le tasse non pagate e il circolo è stato alimentato: risultato? Tasse più alte e servizi minori. L’economia come la politica non è una scienza esatta, non è nemmeno una scienza a dirla tutta: oggi più che mai ci si sta rendendo conto di come alla base di essa stiano più che numeri e calcoli fattori umani come aspettativa, rischio, timore, desiderio, eccetera. Ripartire dall’uomo, dal suo modo di muoversi sul terreno economico-politico ha, dunque, molto senso, e ne ha, probabilmente, più che provare a raffazzonare i conti come tentano di fare molte istituzioni che riflettono perfettamente il modo di fare dei propri cittadini: come l’uomo della strada non vuole pagare per migliorare il welfare nazionale, così la Germania, per dirne una, non concede fiducia monetaria ad un paese fratello come la Grecia.

In definitiva, pagare, imposte come altro, è sempre concedere fiducia, aspettarsi qualcosa: l’intera economia mondiale è fondata su questa azione base tipica dell’uomo e su nulla di più complesso, tanto che credito, debito e quant’altro non sono che costruzioni a partire da ciò. Può, dunque, un sistema basato sulla fiducia, nato nell’aspettativa, alimentarsi e crescere su un terreno di sfiducia e noncuranza più totali? La contraddizione è servita. Forse non sarà risolutivo ma ha senso, è internamente logico provare a cambiare atteggiamento nei confronti di una disc«iplina come la politica, che non è solo corruzione e cattiveria, e verso una pratica, l’economia, che non deve intimorirci, ma mostrarci quanto sia nostra, quanto sia umana fino al centro della sua costituzione.

Il mostro sacro dell’economia politica attuale è, alla maniera del dio di Feuerbach, un’uscita dell’uomo da se stesso, una mera proiezione. Politica ed economia sono umane, non possiamo distanziarcene se vogliamo comprenderne, e perché no, mutarne il corso.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

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