Martin Scorsese, l’epopea dell’antieroe in una carriera di capolavori

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Martin Scorsese, l’epopea dell’antieroe in una carriera di capolavori

Un film che da solo vale una carriera, Taxi Driver

Capita a molti di vivere un momento magico, e di realizzare qualcosa che da sola vale una carriera, o una vita, capita ai grandi ed ai misconosciuti, fino a quel momento, capita a chi ha carriere di tutto rispetto con un picco inusitato (come gli Ivanisevic che vincono Wimbledon da wild card nr. 125 al mondo), capita a chi realizza una sola opera degna di nota ma immortale, talenti-falena che cantano una volta sola. Capita, è raro in un caso e nell’altro, ma capita. Poi, capitano anche le carriere di chi più e più volte realizza l’opera che da sola vale una vita, i Dostoevskij, gli Steinbeck: ed i Martin Scorsese.

Vivendo nella Little Italy di Manhattan potevi scegliere fra diventare gangster o prete. Io scelsi la via religiosa, ma finii per diventare un regista.

Per nostra buona sorte, Martin Charles Scorsese, nato a New York il 17 novembre del 1942, tre quarti di secolo oggi quindi, ha scelto di diventare regista, grazie anche alla buona sorte di una forte asma e di una piccola statura, che gli impedirono l’ambito accesso in una gang di quartiere. Dagli studi per la carriera ecclesiastica della metà degli anni ’50 a quelli di cinematografia intrapresi nel 1960 il passo non è breve, come non è breve il passo che porta a realizzare nel 1976, a soli trentaquattro anni quindi, quel capolavoro immortale che è Taxi Driver.

Icone, icone ovunque, in Raging Bull

Menti ed anime come quella di Martin Sorsese non sono spiegabili secondo i comuni canoni di giudizio, e ben di rado il termine “riconoscimento” quale sinonimo di “premio” è stato usato con proprietà come per il regista americano, 11 nomination e una vittoria agli Oscar, Palma d’Oro, Leone d’oro alla carriera, tre Golden Globe sono, appunto, riconoscimenti di un talento immenso coniugato ad una sensibilità introspettiva, sociale, storia del tutto fuori dal comune: è un riconoscimento, appunto, anche il titolo di miglior regista dell’ultimo decennio, l’inserimento nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, quello di secondo miglior regista di tutti i tempi in un podio virtuale che vede primo Alfred Hitchcock e terzo Steven Spielberg.

Tutto questo, ovviamente, non dà conto dello spessore di Scorsese: nemmeno violando la nostra endemica ribellione alla statistica riusciremo a darne conto, ma riusciamo comunque a spiegare la faccenduola delle opere che valgono una carriera. Toro scatenato, New York New York, L’ultima tentazione di Cristo, Quei bravi ragazzi, Cape fear, L’età dell’innocenza, Gangs of New York, The departed, Shutter island, The wolf of Wall Street, ogni singolo film di questo elenco sarebbe di per sé sufficiente a far entrare il regista nel novero dei grandi: e se l’aspetto tematico e contenutistico  è fondamentale, non lo è di meno il fatto che Scorsese è davvero un regista, ossia un artista che padroneggia l’espressione filmica, lo svolgimento tematico attraverso la tecnica cinematografica, dallo storyboard al movimento di macchina significante, mai banale né gratuito.

La grandezza di un regista, ovviamente (specie se anche sceneggiatore, attore e produttore), sta anche negli argomenti trattati: nel caso di Martin Scorsese c’è un fil rouge che parte sin da Mean Streets, del 1973, un filone tematico che vede la dissezione dell’individuo comune in posizione di eroe-antieroe, spesso al cospetto di realtà troppo grandi che non è in grado di padroneggiare, con conseguenti “discese all’inferno” (vedi Taxi driver o Shutter Island).

Un capolavoro dietro l’altro, The wolf of Wall Street

Una realtà claustrofobica che si riflette nella fotografia, una forte esperienza autobiografica, un perenne conflitto tra bene e male, tra salvezze e dannazione, una ricerca di matrice cattolica di una forma di redenzione, uno sguardo sulle forze che governano la realtà socioeconomica del mondo occidentale – il tutto, coniugato ad un livello imponderabile anche grazie ai sodalizi artistici che caratterizzano l’agire filmografico di Martin Scorsese, avvezzo a durature comunioni di elevato sentire: Joe Pesci, Harvey Keitel, Daniel Day-Lewis, in tempi recenti Leonardo Di Caprio e, above all, Robert De Niro, che popolano le storie di Martin Scorsese garantendo livelli recitativi assoluti.

De Niro, Pacino, Pesci, Keitel per The Irishman; Leonardo Di Caprio nuovo Joker per Scorsese, per tacer di Roosevelt? A settantacinque anni, Martin Scorsese pare essere nel fior della creatività, indefesso fornitore per biografi e critici, produttore di materiale da premio cinematografico, argomento di studi e tesi di laurea.

C’è una darkness, un’oscurità, intrinseca in ogni cultura che non può smettere di “prendere”, un’avidità dalla quale non puoi mai tornare indietro.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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