L’horror vacui nell’epoca dei social network tra arte, filosofia e psicologia

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Moschea di Isfahan, Iran

Horror vacui, letteralmente “paura del vuoto”. Questa locuzione latina viene utilizzata in diversi ambiti, dalla filosofia e psicologia sino all’arte.

La prima formulazione di questo concetto è attribuita ad Aristotele, nei suoi studi sulla fisica. Dopo aver dimostrato che ogni luogo esiste in relazione ai corpi che vi sono contenuti, lo Stagirita, in polemica con gli atomisti, sostiene anche che il vuoto non è necessario per spiegare il movimento. Inoltre, postularne l’esistenza significherebbe trasformarlo in luogo, il che rappresenterebbe una contraddizione:

Poiché quelli che affermano che il vuoto esiste fanno di esso un luogo. Ma in che modo un corpo si troverà nel luogo o nel vuoto? 

Secondo Aristotele, la natura ripudia il vuoto («Natura abhorret a vacuo»), cercando, pertanto, di riempire ogni spazio: questo meccanismo è mostrato dalla tendenza ad espandersi di acqua e gas.

L’horror vacui è una nozione presente anche nel mondo dell’arte. Ad introdurla è stato il critico Mario Praz, in relazione all’arredamento in epoca vittoriana, caratterizzato da mobili elaborati e ornamenti diffusi, che creavano un’atmosfera incombente. L’horror vacui spazia in forme artistiche molto diverse fra loro e attraversa tutti i tempi: l’arte barbarica, il medioevo ellenico, l’arte islamica, con le sue moschee decorate con meravigliosi mosaici che coprono ogni superficie, per arrivare sino all’arte moderna. Esempi sono le opere di Jean Dubuffet, esponente dell’Art Brut, la street art di Keith Haring, o le installazioni di Yayoi Kusama, artista giapponese contemporanea.

Questo concetto ha quindi radici molto antiche e ha trovato espressione in ambiti e in culture lontane fra loro. Tutt’ora ci affascina, e dà adito a svariate speculazioni. Ma qual è la chiave del suo “successo”? Perché l’uomo, dagli antichi greci alla Generation Y di oggi, ci si interroga? La risposta è molto semplice: “il terrore del vuoto” è qualcosa che ci caratterizza profondamente da sempre.

Dubuffet, Metamorfosi del paesaggio

In psicologia l’horror vacui aristotelico prende il nome tecnico di cenofobia, spesso ricondotta all’agorafobia (“paura della piazza”), ovvero l’angoscia nel trovarsi in spazzi aperti o non familiari che non consentano di controllare la situazione. Ma “la paura del vuoto”, forse, non è una condizione che caratterizza soltanto soggetti  patologici. Ognuno di noi ha sperimentato l’insicurezza, la fragilità, il senso di abbandono. Ognuno di noi ha visto, almeno una volta, le proprie certezze vacillare, ha dovuto salutare un amico o un compagno, o rinunciare a qualcosa che riteneva essenziale. Ognuno di noi ha dovuto, soprattutto, confrontarsi con se stesso: questa è forse la vera grande sfida di ogni uomo.

Per muoverci nel mondo ci costruiamo delle sovrastrutture che ci consentono di sentirci protetti nell’incontro-scontro con l’altro. Esse possono essere paragonate a dei veri e propri indumenti che indossiamo al mattino, cambiamo quando ci hanno stancato e che togliamo soltanto quando possiamo “metterci comodi” senza paura di essere fuori luogo o di venir giudicati. Ognuno dovrebbe godere di una comfort zone nella quale rifugiarsi e sentirsi libero di essere se stesso. Questo territorio protetto deve essere in prima istanza una parte del nostro inconscio: la costruzione di questa zona è infatti uno dei primi passi di svariate psicoterapie. Se non riusciamo ad avere pace almeno con e in noi stessi, come pensiamo di poterlo essere con l’altro?

Yayoi Kusama

Tuttavia, spesso il peggior giudice con il quale avere a che fare è il nostro Io giudicante: il vero ostacolo è proprio quello di educarlo ad essere più comprensivo nei confronti di noi stessi. Oggi più che mai, il lavoro del nostro Super Io è full time: i condizionamenti e i fattori di tensione sociale, infatti, non ci abbandonano nemmeno tra le mura domestiche. Facebook, Instagram, Snapchat e vari altri social costellano la nostra esistenza. Dobbiamo essere sempre performanti -o fingere di esserlo-, anche quando siamo sul nostro divano dopo una giornata stancante. Colazione, pranzo, palestra, shopping, serata con le amiche? Tutto ripreso e certificato, condiviso con più amici possibili. Ogni giorno aumentano gli strumenti di interazione “a portata di clic”, non ultima la possibilità di fare un sondaggio, inserita dalla piattaforma di Instagram. Questa nuova opzione, all’apparenza così divertente -cosa che è per davvero! – è emblema di un determinato approccio alla vita. In primo luogo è spia della smaniosa ricerca di approvazione che oggi è più necessaria che mai. Grazie ai social la nostra foto comparirà a fianco a quella della blogger di turno. Dobbiamo essere all’altezza.

In secondo luogo, essere sempre connesso mi consente di non essere mai solo. La solitudine è forse uno dei grandi mostri del nostro secolo. Nel suo silenzio infatti trovano posto i pensieri, quelli veri, che sui social non condivideremmo mai. Nella solitudine trova posto quel confronto prima accennato, quello con l’unico giudice di cui la sentenza abbia qualche valore: noi stessi. E nell’epoca dei social network non siamo ancora pronti a questo incontro. Ogni vuoto, proprio come avviene nella natura aristotelica, verrà colmato.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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