#1B1W – La delicata brutalità de “Il bambino con il pigiama a righe”

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#1B1W – La delicata brutalità de Il bambino con il pigiama a righe

Il bambino con il pigiama a righe è un romanzo del 2006 dello scrittore irlandese John Boyne, dal quale è stato tratto il celebre omonimo film nel 2008. Il libro è stato pubblicato in oltre trenta paesi, diventando così un best-seller internazionale, entrando anche nella classifica dei libri più venduti di sempre del New York Times.

Ci troviamo nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Bruno è un ragazzino berlinese costretto con la famiglia a trasferirsi, a causa del lavoro del padre. Andranno a vivere ad “Auscit”, un luogo orribile, con un nome troppo complicato da pronunciare per un bambino. Bruno ha 9 anni e ha dovuto abbandonare la sua bellissima casa di città a favore di una più piccola e brutta in mezzo al nulla, abbandonando amici e nascondigli segreti. Sua sorella Gretel, “Caso Disperato”, la mamma e Maria la governate non riusciranno a sopperire alla mancanza di qualcuno con cui giocare, dunque, spinto dalla noia, il bambino decide di partire all’esplorazione dei dintorni. Troverà, al di là una rete, Shmuel, che diventerà il suo unico e preziosissimo amico, nonostante quel recinto non permetterà mai ai due di giocare insieme.
Una narrazione drammatica, raccontata attraverso gli occhi e l’ingenuità di un bambino che parla di solitudine e di amicizia, in un periodo della nostra storia recente che vorremmo cancellare.

Parlare dell’olocausto e degli orrori che in quegli anni i tedeschi hanno compiuto non è mai facile. L’autore ci presenta nel romanzo una vicenda molto forte attraverso il punto di vista di un bambino che la vive trasversalmente, raccontando in questo modo ai lettori una storia che già conoscono da un’altra prospettiva.

Ciò che pervade Il bambino con il pigiama a righe è un messaggio di tolleranza e uguaglianza attraverso la metafora del candore dell’infanzia. Il romanzo permette infatti di ricordare a noi adulti che a nove anni, quando incontri un bambino come te, non ti importa un granché che lui sia bianco o nero, biondo o moro, tedesco o polacco. L’unica cosa che un bambino vede è un altro bambinoQuando si è bambini anche la solitudine è la stessa. L’autore umanizza il figlioletto di un comandante dalle SS, che soffre terribilmente, sentendosi prigioniero in un posto terribile e costretto a obbedire agli ordini. Al pari di un bambino uguale a lui, che fa parte degli “altri”: nonostante le condizioni siano profondamente diverse si sentiranno soli nello stesso modo.

Interessanti sono dunque i parallelismi tra i due protagonisti, entrambi vittime ignare di una società corrotta nell’animo, troppo giovani e inconsapevoli per capire ciò che li circonda.
Dalle similitudini tra i due bambini, che condividono oltre l’ingenuità anche l’età, altezza e persino il giorno di nascita, nascerà una grande amicizia: un’amicizia bella e inaspettata, tanto desiderata per combattere la solitudine nel posto più desolato del mondo. Uno dei due bambini sembrerebbe essere nato dalla parte giusta del recinto, ma a conti fatti, nonostante le differenze significative dei due, sono tristi e uguali, per questo vicini.

L’autore stesso, durante la presentazione un suo libro al Salone del libro di Torino, parla della nascita dei suoi scritti e delle ispirazioni che lo hanno portato a scrivere il suo romanzo più celebre. Oltre che a rivolgersi al quotidiano per far nascere le sue storie, confessa al pubblico di essere stato ispirato da Primo Levi, che con la sua opera e il suo vissuto lo ha fatto interessare alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto. «Questa decisione ha cambiato il mio approccio con la scrittura» dice Boyne stesso.

Il bambino pigiama a righe è stato molto apprezzato dal pubblico mondiale, ma ha suscitato scalpore nella comunità ebraica. Soprattutto per le inesattezze storiche, come ha criticato il Rabbino Benjamin Blech, giudicando aspramente il romanzo. Una delle obiezioni principali è che l’odore pestilenziale aleggiava nel raggio di chilometri ed era improbabile che persone adulte non fossero consapevoli dell’orrore che li circondava. Difficile da credere anche che il figlio di un comandante delle SS fosse all’oscuro di cosa un ebreo fosse e di quello che stesse succedendo, dato l’indottrinamento al regime che avveniva già in tenera età. Inoltre, era quasi impossibile trovare bambini in un campo di concentramento, perché chi era inadatto a lavorare, veniva brutalizzato immediatamente dai soldati, così come era impossibile poter attraversare le reti elettrificate di Auschwitz anche sorvegliate a vista.

Nonostante le critiche, in virtù della delicatezza dell’argomento che inevitabilmente può turbare molti in tutto il mondo, l’autore ha romanzato la storia con lo scopo di non dimenticare. Ma soprattutto con la speranza che avvenimenti tanto nefasti non ricapitino mai più.

Il bambino con il pigiama a righe è un libro commovente, forte e dolce al tempo stesso. Da leggere per ricordare gli errori del passato e superare le diversità, guardando il mondo con la purezza di un bambino.

Giorgia Chiaro per MIfacciodiCultura

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