Camille Pissarro, quell'Impressionista sovente dimenticato

Camille Pissarro, quell’Impressionista sovente dimenticato

Camille Pisarro
Pissarro, autoritratto

Il 10 luglio 1830, a Charlotte Amalie, nelle allora Antille danesi, nasce Camille Pissarro. Figlio di un padre portoghese ma dalle origini ebraiche e di una donna creola nativa dell’isola, ancora non sa che diventerà una delle figure più importanti dell’Impressionismo.

Il suo primo incontro con la pittura avviene del 1849 quando incontra in pittore danese, Fritz Melbye: sarà proprio questo personaggio a ispirare Pissarro e a fargli capire che la pittura non sarebbe più stata solo un passatempo, un riempitivo. Fare il pittore era il suo sogno, è quella riposta a quella strana domanda che fanno gli adulti, quel “cosa vuoi fare da grande?” che, spesso, viene pronunciato con superficialità.

Dove dirigersi, allora, con un progetto di tale portata? Ovviamente nella città culla degli artisti, in quella magica cittadina dove nell’aria si respira l’odore della pittura ad olio e della creatività.

Pissarro sbarca a Parigi nel 1855 e inizia a studiare alle varie accademie, inclusa la Ecole des Beaux-Arts and Academie Suisse. Tempra la sua arte sotto i miglior maestri: Corot e Courbet sono suoi mentori, sono gli artisti che più lo influenzano nella sua crescita artistica in un periodo così fervido di correnti e discussioni teoriche.

Tra il 1870 e il 1871 la Guerra Prussiana spinge Pissarro lontano da Parigi insieme alla sua famiglia e, al suo ritorno, troverà distrutta non solo la sua casa a Luoveciennes, ma anche i tanti dipinti che ivi aveva lasciato nella fuga. È in questo periodo che si trasferisce a Londra, incontrando così paesaggi totalmente nuovi da immortalare nelle sue tele. È qui che il pittore inizia a farsi affascinare dagli ambienti urbani, dalle strade, dalle ferrovie. Contrariamente a molti altri impressionisti, nei quadri di Pissarro non manca l’elemento umano o urbano, anzi: benchè segua anche lui, come i collegi, la teoria della pittura ein-plein-air e quindi dipinga molti quadri paesaggistici, non abbandona mai il fermento della città, evitando di ritrarre solo la natura incontaminata.

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Pissarro, Il vecchio mercato a Rouen

Nel 1890 torna in Francia, anche se tornerà spesso a Londra negli anni successivi. Qui vestirà il ruolo di mentore per pittori del calibro di Cézanne, Manet, Renoir e Gauguin, investendo un ruolo fondamentale nella costruzione delle teorie alla base dell’Impressionismo: ebbe anche il pregio di riuscire a dialogare con personalità così problematiche come quella di Degas o di Gauguin.

Quando si parla di Impressionismo molti pensano – a buona ragione – a Monet: le ninfee, così maniacalmente riprodotte, fasci di colore e le pennellate leggere e mai nette, sono sicuramente uno dei manifesti di questa corrente artistica. Le macchie di colore, il sentimento più che la forma, anzi, il colore stesso che dà forma alle cose; l’aria diventa materiale, già come aveva intuito Leonardo Da Vinci con le sue velature. Gli impressionisti si allontanano sempre più dal razionalismo e dalle forme perfette, lasciandosi soggiogare dalla perfezione dei colori della natura.

Ogni soggetto è diverso, mai uguale a se stesso: è l’emozione del pittore a dar vita ogni volta ad un nuovo fiore, ad un nuovo paesaggio, ad un nuovo quadro. Poco conta la realtà storica, poca importanza assumo prospettiva e punti di fuga. Il colore la fa da padrone. Molti attribuiscono l’arte di Monet alla cataratta e quindi, in poche parole, ad una impossibilità di mettere bene a fuoco le forme. Ridurre ad una malattia l’arte è più folle che riconoscere un genio, a mio avviso. D’altro canto, ogni pittore riversa sulla tela il suo modo di vedere il mondo. Ma proprio qui sta l’Impressionismo: è l’artista a decidere il mondo, non il mondo a imporsi sull’artista.

Pissarro, per conto suo, non è mai considerato un’impressionista al pari di Monet, anche perché come dicevamo si dedicò a ambienti rurali, ai contadini, alle città, non disdegnano mai un tocco politico alle sue tele. Si interessava all’uomo, alla vita, alla città e rimase sicuramente affascinato dai grandi piani urbani che le città sulla seconda metà di metà Ottocento ebbero da inventarsi. La popolazione aumentava e con essa il traffico: le grandi capitali europee cominciavano a defilarsi per i grandi centri urbani che stavano per diventare di lì a poco.

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Pissarro, Casa di contadini. La svolta puntinista è qui ben visibile

Nonostante Pissarro dipinga ein-plein-air, però, studia molto di più le proprie composizioni, dandone una plasticità che tanto affascinerà Cezanne. I bordi sono più definiti, le forme facilmente individuabili. Eppure, proprio come in Monet, vi è un’attenzione maniacale ad ogni particolare, al movimento della luce, alla plasticità delle cose dettata dal colore che essa ha. Con Monet condivide anche un soggetto, ritratto in diversi quadri: la cattedrale di Rouen, particolarmente suggestiva per posizione e architettura. Dipinta in un centinaio di tele da Monet, anche Pissarro la studia, la osserva e la rende ogni volta diversa.

Anche se con risultati diversi, l’approccio tecnico al quadro è il medesimo. Studio, osservazione, analisi.

Amore.

Anche Pissarro, poi, abbandonerà le tecniche impressioniste per abbandonarsi alle nuove teorie che fiorivano sul finire del secolo, come il puntinismo. Ecco che negli anni Ottanta conosce pittori del calibro di Seurat e Signac e stringe amicizia con Vincent van Gogh.

Trova la morte proprio a Parigi il 13 novembre del 1903 e oggi risposa al Pere Lachaise Cemetry.

Fortunati coloro che vedono cose bellissime in posti umili ove gli altri non vedono assolutamente nulla.

Camille Pissarro

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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By on novembre 13th, 2017 in Articoli Recenti, Marta Merigo, Visual & Performing ARTs

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