teatro

L’uomo-teatro: essere capolavori

Antonin Artaud

Quanto è fondamentale l’esperienza e gli incontri su cui una persona incespica durante la sua vita credo che sia cosa nota a tutti. E sicuramente questo è uno dei motivi per il quale a una certa opera si anteponga la vita dell’autore, perché questa rende ragione del tema dell’opera e della maniera in cui viene esposta. Non è però questo il caso dal momento che in questo articolo ci prendiamo l’onere di non parlare di opere bensì solo di persone. Ma per quale motivo soffermarsi tanto sulla vita e sulle esperienze di una persona, seppure un teatrante, quando si dovrebbe parlare di teatro? Non basterebbe semplificarla in qualche riga a brevi cenni? Risposta: perché alcune persone hanno intessuto la propria vita col teatro a tal punto da aver permesso che esso esondasse e prendesse vita propria a scapito loro. Alcune singolari volte, quando la nostra volontà decide di intraprendere una certa strada, capita, a un certo punto, che questa strada prenda il sopravvento sulla volontà stessa e decida per lei. La volontà viene così spazzata via da un tifone inarginabile e si prende atto che si è “questo“, la propria strada. La meta e il percorso, la strada, e l’io, la volontà, si trovano coincidenti al di là dello specchio; di razionale non c’è proprio niente, semmai si ha il sentore, la percezione “sensibile” dell’identità tra abito e pelle. E ciò può intendere solo chi sia stato chissà dove visitato da questo altrove del dover-non-essere estetico che recide il (non più suo) fluire del prodursi-articolarsi in opera. E non si dà capolavori d’arte. Fuor dall’opera, si è capolavoro.

Le ultime parole dell’Autografia di un ritratto di Carmelo Bene, all’interno delle Opere, sono esemplificative. Non si produce opera fuori da sé ma lo stesso interno prodursi in quanto persona è l’opera, o meglio, a certe condizioni, il capolavoro. A un certo punto la volontà perde terreno, non sta più al passo con il proprio personale percorso che la sovrasta e questo è il terreno dove “si viene visitati“. Ma visitati da cosa? è la domanda spontanea che ci poniamo. Ebbene è l’altrove che ci coglie e ciò che (ci) si produce verrà poi da altri tacciato di arte ma l’arte non si origina in sé stessa: sempre in altro si trova il suo orizzonte aurorale, in un’alterità nella quale ci sentiamo immersi della consistenza di un flusso d’etere. Questa è la situazione dell’home-theatre Artaud (come viene chiamato dal suo amico Jean-Louis Barrault in Reflexions sul le theatre, 1949) e dell’uomo-teatro Carmelo Bene. A loro, più che ad altri, si confa questo patronimico. I pochi profeti che son riusciti a fare propria un’arte facendosi arte e creando così un al-di-fuori dell’arte stessa: chi si avvicina talmente tanto a questo inesauribile pozzo natatorio viene travolto costantemente da esso e si trova in un flusso attingendo al quale può dare, secondo il proprio sentire, (che non è volontà) un punto di vista inedito a ciò che gli sta attorno, un al-di-fuori dell’arte fino ad allora trascorsa che è permesso solo alla totale immersione in qualcosa d’altro. Come dice C. Garboli (1997):

È la sintesi personale, l'”unità” dell’attore nel momento in cui si celebra il suo rito schizoide. In altri termini: non è possibile scindere Carmelo Bene, quando recita, da Bene […] in un momento qualsiasi della sua vita. La funzione dell’attore risucchia interamente l’uomo, gli rosicchia ogni margine d’esistenza, senza che, per questo, l’attore diventi una maschera, la “sua” maschera.

Carmelo Bene

Così Carmelo Bene può portare alcune grandi tragedie di Shakespeare in scena totalmente modificate, amputate degli elementi forti che ne caratterizzavano la visione di Shakespeare stesso.

Allora tutta quanta l’opera, dato che le manca adesso un pezzo scelto non-arbitrariamente, forse oscillerà, girerà su sé stessa, poggerà su un altro lato.

G. Deleuze

In Romeo e Giulietta viene amputato Romeo emergendo a dismisura la figura di Mercuzio, presenza trascurabile e trascurata dall’inglese. O in Riccardo III si elimina tutto il sistema regale e principesco, cardine dell’opera, per concentrarsi solo sul rapporto con le donne: le uniche rimaste sulla scena oltre al protagonista. Ma questo andamento si può osservare anche in Otello, Amleto, Macbeth, Manfred e in altre opere di altri autori: è una costante. Questa ricorrenza non si avvicina mai alla ripetizione di un attore che sulla scena finge una passione non sua ma viene applicata una necessaria e sempre nuova «resurrezione poetica» (P. Giacchè, 2007). Questa è la patria per quelle poche e rare persone che escono da sé stesse rimanendo dentro di sé. E allora Artaud viene chiamato pazzo e rinchiuso dentro numerosi manicomi e Carmelo Bene viene lasciato praticamente solo alle sue visioni riguardanti un «sud del sud dei santi» che, come dice Giacchè (2007), «ha per [lo stesso] Carmelo Bene quasi il valore di un’indicazione geografica».

Bibliografia:

  • Bene Carmelo, Opere, Milano: Bompiani, 1995.
  • Deleuze Gilles, Un manifesto di meno, saggio all’interno di Bene Carmelo e Deleuze Gilles, Sovrapposizioni, Macerata: Quodlibet, 2002
  • Garboli Cessare, Bene, grande attore postumo, Il Mondo, n. 17, 22.4.1976.
  • Giacchè Piergiorgio, Carmelo Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Milano: Bompiani, 2007

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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By on novembre 13th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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