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Storie per bambine e bambini ribelli: stereotipi di genere e come trovarli

Capita molto spesso che gli uomini e le donne siano vittima di insensati e fastidiosi stereotipi retrodatati. Lo si può vedere in qualche storia o cartone animato per bambini: il papà raffigurato col giornale e gli occhiali, su una poltrona ad attendere la cena, e la mamma indaffarata con il grembiule a quadri, con le balze panna. Oppure, nelle fiabe, la nota incapace fanciulla che aspetta di essere salvata da un uomo valoroso e impavido. Fortunatamente, non mancano eccezioni che evitano di invischiarsi in questi luoghi comuni.

Un esempio fortunato di storie per bambini sono i 100 racconti per bambini coraggiosi, pubblicato ad ottobre da Electa Kids, di Elena Sforza, con illustrazioni di Sabrina Ferrero. Libro è l’analogo perfetto di un’altra raccolta di favole per bambine: Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, pubblicato prima in America e poi in Italia, a febbraio, con Mondatori. Sembra di trovarci finalmente di fronte a due libri di favole inclini ad oltrepassare la linea degli stereotipi, ma nonostante ci sia il felice proposito di scuotere le coscienze acerbe (e non solo), potrebbe manifestarsi un effetto collaterale: gli stessi luoghi comuni che dovrebbero essere permanentemente rimossi vengono, invece, sostituiti con degli altri. In altre parole, per proporre un’immagine contrapposta a quella già esistente, la si rende permanente. Da un lato le Storie della buonanotte per bambine ribelli offrono un quadro in cui le bambine possono arricchirsi di maggiore sicurezza e consapevolezza di sé, ad esempio sapendo che ci sono state altre donne con insicurezze e ansie incanalate in una gran voglia di capovolgere il mondo poco consapevole dell’intelligenza femminile, sempre filtrata dall’occhio giudizioso di uomini e donne poco attente.

Tuttavia il limite sta in questo: si finisce col proporre una figura esemplare di uomo coraggioso solo ai bambini, ma non alle bambine, e viceversa. Invece bisognerebbe insegnare ai bambini che la donna, anche nel suo aspetto più fiabesco, non è solo fragile e relegata ai margini sociali, una Cenerentola che aspetta di cambiare status solo grazie ad un vestito scintillante, una scarpetta di cristallo e un principe. Così come una bambina dovrebbe imparare che un uomo ha le sue fragilità, che anche un uomo sa piangere. Ad esempio in Quante storie su Rai3, la scrittrice Michela Murgia interviene proprio su questo argomento (qui), presentando il libro “per bambine ribelli” come «un’occasione mancata», proprio in virtù dei limiti, nonostante i buoni propositi. Ma di là dall'”operazione sessista” che potenzialmente avrebbe dovuto combattere, l’autrice sostiene che è un libro che adotta un linguaggio non adatto al pubblico infantile e che “banalizza i contenuti”. La grande scrittrice Virginia Woolf viene, per esempio, presentata come una ragazzina timida e depressa, come non vi fosse stato altro. A ben vedere, un libro di fiabe è tale perché adatta contenuti complessi a un linguaggio accessibile e non è detto che i due libri in questione congiungano queste caratteristiche. Ad esempio, a detta della Murgia, la storia dell’ex premier britannica Margaret Thatcher prende le distanze da ogni contenuto morale, nonostante le fiabe, sin dagli albori greco-romani, servano “a dare strumenti morali”.

Ovviamente, le critiche che nascono intorno ad un libro, su questi in particolare, sorgono perché, forse, si sono comprese le potenzialità dell’opera. Laddove c’è critica, ci sono pro e contro da considerare correttamente. Ma è fondamentale che almeno a livello letterario si cerchino soluzioni ai luoghi comuni e queste opere meritoriamente cercano di farlo.

Fermiamoci ora un attimo a riflettere: a chi non è mai capitato di sentire che una donna deve sbrigarsi ad avere un figlio, che c’è l’età di mezzo? E se non ne volesse uno? Ecco il via alle voci fuoricampo. O perché da bambini ci facevano entrare a scuola con grembiuli diversi. Colletto celeste per i maschietti  e rosa per le femminucce. Perché il “bella, ma non intelligente” e il “brutta, ma intelligente”. Perché si dice “sei diverso/a”? Ma in che modo? Perché “un uomo sta al calcio, come una donna sta alla danza”? Ci cuciono addosso dei vestiti che vanno oltre la nostra misura e ci riempiono di aspettative che soffocano, di barriere che intralciano ogni tipo di rapporto, di immagini che vengono date ad entrambi i sessi, sfibrati.

In certi ambienti conservatori, ad esempio, una gonna, simbolo di trasgressione, può giustificare lo stupro ai danni di una donna. A tal proposito vi è un commento deplorevole dell’avvocato egiziano Nabih al-Wahsh riportato in un articolo del Mattino (qui): «È dovere nazionale stuprare una donna che va in giro con abiti succinti».

Gli stereotipi sono come i pregiudizi, le convinzioni e convenzioni sociali: negano la possibilità di vedere cosa c’è sotto la superficie e portano alla discriminazione, alla chiusura ed a un nauseante piattume.

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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By on novembre 12th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing, Society

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