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La lettura come terapia: quando i libri sono i nostri specchi

letturaGli amanti della lettura, i cosiddetti lettori forti, molto spesso avranno sentito parlare di biblioterapia, il cui termine, tecnicamente inteso, si riferisce alla lettura come strumento di crescita personale e di auto-aiuto, come strumento culturale che permette di superare un disagio psicologico o sociale, grazie al suo potere terapeutico ed educativo. Sebbene questa definizione possa sembrare astratta e vaga, in realtà sono molteplici le testimonianze raccolte che attestano quanto questo fenomeno porti beneficio. A pensarci, si tratta della grande verità che la cultura vuole diffondere: la lettura permette all’uomo di conoscere meglio se stesso e la realtà che lo circonda, e soprattutto di arrivare a nuove forme di conoscenza attraverso prospettive nuove, attraverso occhi che non sono i nostri, eppure capaci di donarci proprio quello che cercavamo.

L’autrice della saga potteriana, J.K. Rowling, a proposito dice che i libri «sono come specchi», perché parlano sempre di noi, anche a dispetto dell’apparenza. Probabilmente a livello inconscio, anche solo a guardarli, i libri sanno quello di cui abbiamo bisogno, arrivano prima di noi a determinati pensieri e determinate riflessioni, guidandoci verso una prospettiva da noi condivisa. Appunto per gli amanti della lettura, il potere terapeutico si nota dal fatto che lo spazio che ogni giorno od ogni settimana cerchiamo di ritagliarci per la carta stampata garantisca un equilibrio mentale e sia un’abitudine necessaria, che non si vuole perdere nonostante la frenesia del quotidiano.

letturaLe scelte di libri che leggiamo indicano anche le scelte che facciamo, ciò che ci rispecchia e ciò per cui ci spendiamo nella nostra vita. Non è diceria comune ammettere che un libro cambi la vita, che possa creare un punto di svolta: è uno strumento che sicuramente può segnare momenti di passaggio. Basti pensare ai grandi titoli che hanno caratterizzato la storia della letteratura italiana e mondiale, che parlano di educazione, di amore, di vita, di domande e di risposte. In fondo, sono quanto cerchiamo quasi sempre. Il giovane Holden di Salinger, un caso sui-generis del romanzo di formazione; Orgoglio e pregiudizio della Austen, l’emblema di una storia d’amore brillante, ironica e innovativa, che ha a che fare con la crescita personale; Siddharta di Hesse, un insegnamento sulla vita nella sua forma più alta. Giusto per fare qualche esempio.

Il potere terapeutico della lettura emerge quando le pagine che leggiamo sono in grado di elaborare le nostre emozioni, spesso contrastanti. Le persone si rivelano proprio nella loro genuinità quando sentono dentro sé sensazioni che lottano l’una con l’altra, e così la carta stampata è capace di contenere e di rileggere quelle stesse sfumature in base a chi si trova davanti. Gioia e dolore, rabbia e frustrazione, tristezza e angoscia possono sì scaturire dalle pagine di un libro, ma innanzitutto si manifestano perché sono già parte di noi. La lettura le riflette soltanto.

Daniel Pennac ha scritto che «il verbo leggere, come il verbo sognare e amare, non sopporta l’imperativo», perciò si intuisce come la biblioterapia non faccia per tutti, non costituisca una priorità nella propria routine. Ma per tutti coloro che credono nel potere terapeutico della lettura la prima regola che non possono dimenticare è questa: leggere vuol dire vivere per qualche tempo in una dimensione parallela in cui sono necessari spazio e approfondimento per il testo cui ci sta dedicando. Vuol dire mettere in moto il processo di memoria e collegare le informazioni che noi possediamo con quelle nuove che stiamo acquisendo; vuol dire costruirsi una forma mentis opportuna alle fasi della nostra vita, senza dimenticare che il potere della carta può essere trasmetto anche a partire dall’infanzia.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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By on novembre 12th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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