pietra della follia

Altrove − L’estrazione della pietra della follia nell’immaginario medievale

Pieter Huys – Estrazione della pietra della follia

L’immagine del “matto” era ben nota all’Europa tra la fine del Medioevo e l’avvento dell’età moderna. Il matto, sostanzialmente, coincideva con lo straccione, il buffone di corte, il mutilato, il mendicante, l’individuo senza speranza relegato ai margini della città. Con la scoperta del Nuovo Mondo gli europei vedono uomini strani, dediti a pratiche altrettanto strane e considerate anormali. Parallelamente gli intellettuali del Rinascimento si interrogano sulla centralità dell’uomo, ma anche in merito ai suoi squilibri. L’immaginario medievale, ancora vivo e costantemente rinfocolato, in particolare in area fiamminga, dà una fisionomia al matto, agli influssi astrali e agli squilibri umorali che provocherebbero la malattia mentale. Antenata della neurochirurgia, l’estrazione della pietra della follia è stata rappresentata da molti artisti, tra i quali Hieronymus Bosch.

La pietra della follia, causa dello squilibrio di un’anima lontana dalla retta via e già moralmente instabile, veniva rimossa dal cranio del malcapitato paziente, il quale, se l’operazione andava a buon fine – scongiurando infezioni, necrosi e morte – poteva ritornare sui propri passi e vivere una vita degna. La trapanazione del cranio, ad ogni modo, non fu invenzione del Medioevo: ne scrisse Ippocrate e l’archeologia ne offre testimonianze di 8000 anni fa. Non sappiamo a quale fine i primi uomini della Terra praticassero l’operazione usando un raschiatoio in selce, tuttavia in molte zone del pianeta la macabra pratica sussiste: può essere un esorcismo o un rito propiziatorio, più in generale un metodo che permette agli spiriti – benigni o maligni – di uscire dal corpo e dalla mente.

Quentin Massys – Allegoria della Follia (inizio XVI secolo)

Nonostante i progressi della medicina, questi metodi brutali sono stati usati fino a non molto tempo fa su una vasta gamma di malattie psichiatriche, ma anche per ridurre individui scomodi ad uno stadio cerebrale infantile. La lobotomia, pur essendo caduta in disuso negli anni ’70 del XX secolo, continua ad essere evocata, insieme alla castrazione chimica, per risolvere il “problema sociale” delle perversioni e delle malattie mentali. Le malattie psichiatriche, come qualsiasi altra patologia, necessitano di terapie, strutture e professionisti adeguati: il malato psichiatrico non ha un sasso nella testa.

Il tema dell’estrazione della pietra della follia è stato trattato, oltre che da Bosch, anche da altri pittori di area fiamminga e da Fernando Arrabal nel suo libro La pietra della follia. Libro panico pubblicato nel 1962. Nella trasposizione letteraria dei suoi sogni Arrabal scrive:

Il parroco è venuto a fare visita a mia madre e le ha detto che sono pazzo. Allora mia madre mi ha attaccato alla sedia. Il parroco mi ha fatto un buco nella nuca con un bisturi e ne ha estratto la pietra della follia.

pietra della follia
Hieronymus Bosch – La cura della follia (1501-1505 circa, Madrid, Museo del Prado)

Qualcosa di molto simile accade nel piccolo dipinto di Hieronymus Bosch intitolato La cura della follia e conservato al Museo del Prado di Madrid. La scena è inserita in un tondo circondato da scritte in oro su fondo nero: «Meester snijt die keye ras / Myne name Is lubbert das» sono parole dell’uomo corpulento e goffo, seduto e legato ad una seggiola, che incita il “maestro” ad estrarre velocemente la pietra dal cranio e che dice di chiamarsi Lubbert Das. Tuttavia la seconda frase si può anche tradurre in “Il mio nome è tasso castrato“. Il “maestro”, al quale il ridicolo protagonista si rivolge, è ritratto con un imbuto in testa e una brocca alla cintura: non è ovviamente un chirurgo, ma un ciarlatano che non si preoccupa della salute del “paziente”, ma del proprio tornaconto economico. La scena potrebbe essere l’allegoria di una farsa popolare che aveva come protagonista un marito tradito a causa della sua mancanza di perspicacia o di virilità. Vicino al fantomatico medico e del paziente stolto è ritratta la presunta moglie, velata e con un libro in bilico sulla testa; a fare da spartiacque tra moglie e marito un prete, riconoscibile dalla tonsura (l’amante?). La pietra, con la rimozione della quale il paziente spera di ritrovare il senno o guarire dalla sua stoltezza, è raffigurata da Bosch come un innocuo fiore in bocciolo, sia sul capo di Lubbert che sul tavolo su cui la donna, annoiata, si appoggia.

Parafrasando l’opera di Bosch, e avendo fiducia nella medicina, potremmo pensare alla follia non come ad un sasso da lanciare Altrove, ma come ad un fiore pronto a sbocciare. La follia, se affrontata con le adeguate cure, può dar vita a splendidi fiori.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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By on novembre 12th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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