Il Vecchio e il Mare

I Grandi Classici – Il Vecchio e il Mare, lo sforzo titanico di una lotta necessaria

Una vecchia edizione italiana del romanzo

La mia edizione de Il Vecchio e il Mare è vecchia. Ha vecchie pagine spesse e ingiallite, di una carta di una qualità, una grana che non si trovano più. Ha odore forte di libro vecchio, e muffa. Ha una copertina semplice, ovviamente cartonata, forse un  po’ pretenziosa in senso anglosassone, con quel verde da lampada presidenziale, da piccolissima nobiltà ed il titolo listato in oro. È una copertina onesta, ti dice il titolo, e l’autore, e la collana della casa editrice in cui è stata pubblicata. Basta, non ha bisogno di illustrazioni fini a se stesse, che sembra spieghino e abbelliscono, ma non fanno nulla di tutto ciò. Mai giudicare un libro dalla copertina, e se un libro è vero, e forte, si regga da solo e non sulla sua copertina.

La mia edizione de Il Vecchio e il Mare è del 1968, quindi è un anno più giovane di me. La traduzione è di Fernanda Pivano, a cui come ho già detto in passato tutti i non-analfabeti d’Italia devono moltissimo, ed ha le N.d.T. in abbondanza, per spiegare i termini tecnici della pesca, ed è una traduzione solida come la scrittura di Ernest Hemingway, che scrisse uno dei suoi capolavori nel 1952, pubblicandolo per la prima volta sulla rivista Life, intitolandolo The Old Man and the Sea. Nel 1953 Hemingway vinse il Premio Pulitzer e nel 1954 il Nobel, e consegnò alla nostra immortalità effimera le figura di se stesso, del pescatore e del vecchio letterario.

Lo scrittore al lavoro

La collateralità è un concetto alquanto interessante: in modo del tutto involontario, Il Vecchio e il Mare ha consegnato ai posteri il critico e sociologo Dwight Macdonald che, avendo stroncato il romanzo etichettandolo come Midcult (una categoria da lui stesso inventata della cultura kitsch), rimane oggi semi-noto proprio come colui che stroncò Il Vecchio e il Mare. A parte ciò, con questo romanzo Hemingway stabilisce un punto di riferimento per la figura del pescatore, in senso proprio ed allegorico, ponendosi come fonte di ispirazione quasi certamente per Pierangelo Bertoli e De André, dando spunto diretto a Roberto Vecchioni e al regista John Sturges, che già nel 1958 diresse un film omonimo con Spencer Tracy nella parte del protagonista, evidentemente a suo agio nei panni del capitano coraggioso (lanciamo qui una prece a Gary Sinise affinché, alla luce di Uomini e topi, diriga anche una versione de Il Vecchio e il Mare, con se stesso nei panni di Santiago). Ma soprattutto possiamo ritrovare Santiago nella figura di Antonio José Bolívar Proaño, diversissimo e non marinaio, eppure così intimamente pescatore, e così vecchio in senso sudamericano, e così antagonista della mala suerte, che non possiamo ravvisare una parentela, anche nella dignità dell’affrontare la vecchiaia senza resa, nella lotta eterna contro il destino, la sorte, la propria duplicità.

La locandina del film del 1958

È stato scritto che Il Vecchio e il Mare sarebbe il Moby Dick di Hemingway, a dimostrazione che per avere un’opinione da pubblicare vi sono critici disposti a dire qualsiasi cosa. È vero invece che la lotta di Santiago contro il pesce spada è sopravvivenza ma rispetto, un rispetto panistico in cui non c’è spazio per l’odio, autodiretto o eterodiretto che sia, di Achab; idem dicasi in Sepùlveda, Santiago e Bolivar arrivano addirittura ad una spannung (con doveroso scioglimento finale dopo il climax), ma sempre nell’ambito di una fusione totale dell’uomo con la natura. È questo uno dei temi principali di questo breve romanzo, altri ne sono il coraggio, la determinazione, la dignità, il tutto fuori da ogni allegoria volontaria di Hemingway, in simbiosi tra stile e materia, entrambi assolutamente diretti. Tematiche palesi, scrittura realistica, asciutta, secca, scarna persino, tutto ruota attorno a periodi brevi, paragrafi quasi del tutto privi di polisindeti, lessico semplice tranne nell’uso dei tecnicismi legati alla pesca (che evidenziano la reale passione dell’autore per questa attività). Il modo perfetto per rendere vivida e angosciante la storia di un pescatore cubano, povero e anziano, che non pesca nulla da ottantaquattro giorni. All’ottantacinquesimo, però, riesce a prendere all’amo un marlin e ad ucciderlo dopo tre giorni di lotta. Il maestoso pesce però è troppo grande perché l’anziano Santiago, da solo, possa issarlo dentro la barca senza finire per capovolgerla e pertanto ne lega il corpo all’esterno dello scafo. Durante il viaggio di ritorno, però, il marlin viene sbranato dai pescecani, rendendo vano e crudelmente beffardo tutto lo sforzo di Santiago.

Spencer Tracy è Santiago

Tutto qui? Sostanzialmente, sì: fatto salvo che bisognerebbe accennare al salao da cui gli altri dicono essere perseguitato Santiago e della beffarda circolarità del destino, tipica della narrazione statunitense, insita nell’allontanamento del giovane Manolin e delle sue conseguenze fatali per la pesca del vecchio. Ma sostanzialmente sì, Il Vecchio e il Mare è tutto qui, ed è pura magia.

Perché Il Vecchio e il Mare è semplicemente una buona storia, il che poi è quello che resta a Santiago dopo essere rientrato senza il suo marlin. E una buona storia, una semplice, grande, buona storia, semplice e forte e coraggiosa, è un bene inestimabile: perché, come dirà molti anni dopo Danny Boodman T.D. Lemon Novecento,

Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on novembre 11th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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