I “cattivi” della letteratura: quando il male è necessario

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I “cattivi” della letteratura: quando il male è necessario

L’uomo è conteso da due fondamentali principi, forze, manifestazioni: il bene e il male. Un grande dualismo che esiste fin dalla notte dei tempi. Come nelle altre arti, anche la letteratura, oltre ad approfondire e celebrare figure eroiche o personaggi dai valori morali incontaminati, il più delle volte crea personalità malvagie e affascinanti, i cosiddetti “cattivi”. Spesso sono animali mostruosi, esseri umani solitari e misteriosi, o semplicemente delle figure anonime. In questo articolo andremo ad esaminare tre antagonisti celebri della storia della letteratura, il loro ruolo e il loro essere necessari alla trama.

Si dice che il male non regge a lungo, anche se, per la fatica che si porta dietro, a volte sembra di sì, ma quello su cui non c’è dubbio è che non dura il bene per sempre.

José Saramago

Moby Dick

Seppur il suo non sia stato un successo facile ed immediato, il romanzo Moby Dick (Moby Dick, or the Whale) di Herman Melville è indicato come pietra miliare della letteratura americana. “Il libro malvagio”, definito così dallo stesso scrittore statunitense, è un racconto narrato dalla voce di Ismaele, un marinaio che decide di intraprendere un viaggio sulla baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, un vecchio lupo di mare che nutre un odio smisurato verso una balena bianca che in passato gli amputò una gamba: Moby Dick. Un grande cetaceo diventa quindi la quintessenza del male da sconfiggere. Questa storia mostra diverse digressioni filosofiche, prima fra tutte: non è sempre il bene a trionfare. Melville ci mostra con eleganza, ma allo stesso tempo con estrema inclemenza, il confine tra vita e sopravvivenza. Moby Dick non è solo un semplice animale degli abissi, ma un elemento universale, un sentimento che non conosce tempo. Questa creatura che abita il mare è spinta da un forte desiderio di vita e inconsapevolmente ci fa capire di come l’ossessione che caratterizza l’uomo possa portare il più delle volte all’autodistruzione.

Il Grande Fratello

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza. 

Non sono le parole di un pazzo o di un visionario. Questa citazione è racchiusa in uno dei più celebri romanzi di George Orwell1984. Il protagonista della storia è Winston Smith, un impiegato di un’organizzazione incaricata alla riscrittura della storia. Il suo compito è quello di censurare le informazioni scomode, non ritenute in linea con le idee imposte dal regime. Smith inizialmente è accondiscendente, ma dopo un po’ comincia a scrivere i propri sentimenti di insofferenza in un diario segreto. Il primo passo verso un indomabile desiderio di libertà e di giustizia, un atto di coraggio che lo porterà a dover fare i conti con chi è a capo di quella società: Il Grande Fratello, una figura misteriosa. Se sia una persona reale o semplicemente un simbolo, non ci è dato saperlo. Orwell descrive con meticolosità un governo ombra e una società imprigionata e disillusa. A questo punto, la domanda sorge spontanea: ci sono similitudini con la nostra società? Il Grande Fratello è la rappresentazione di tutto quello che condiziona e controlla la mente dell’essere umano, un qualcosa che appare invincibile, ma che probabilmente non lo è. A patto che a combatterlo siano cultura e conoscenza.

L’Innominato

L’Innominato

Se pensiamo al romanticismo italiano e ad una delle più importanti opere che affronta la complessità di temi quali l’amore, la grazia divina, la provvidenza, non possiamo che citare il romanzo più famoso della letteratura italiana: I promessi sposi di Alessandro Manzoni. L’opera ruota attorno all’amore “impossibile” di due giovani: Renzo e Lucia. Ma non solo. La bellezza assoluta di questo racconto è caratterizzata dal modo in cui lo scrittore milanese descrive la complicata interiorità dei personaggi coinvolti nella vicenda. Una di queste figure è sicuramente l’Innominato. Descritto come una persona malvagia e ripugnante, questa personalità è totalmente diversa da Don Rodrigo (l’altro “cattivo”): il suo animo crudele è custodito nella solitudine e nella riflessione, sentimenti ovattati nel silenzio, un silenzio che alla fine riserverà una piacevole sorpresa al lettore. Dopo una vita di violenze e delitti, l’Innominato decide di voltare pagina e di abbracciare una conversione che lo spinge ad una vita caritatevole e onesta. Manzoni attraverso questa figura ci regala una speranza. La speranza che il male può essere non solo sconfitto, ma anche curato.

…si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta.

Tre personaggi diversi, tre “cattivi” diversi, accomunati dal loro ruolo di antagonisti. Moby Dick, Il Grande Fratello e l’Innominato non solo hanno contribuito a rendere immortali le opere letterarie che li “ospitano”, ma ci hanno fatto comprendere che il male non va allontanato o rimosso, ma va raccontato. È l’unico modo per guardarci dentro. Dopotutto, c’è da chiedersi sinceramente: siamo cosi diversi da questi personaggi?

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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