novembre

11 novembre, San Martino: «È l’estate, fredda, dei morti»

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli, Novembre – da Myricae, 1891

In un clima meteorologico che disorienta, come quello raccontato da Pascoli, è arrivato un altro 11 novembre, la cosiddetta estate di San Martino. Un improvviso tepore spezza l’autunno ormai inoltrato, legandosi alla tradizione che vuole San Martino di Tours, vescovo del 300, dividere in due il suo mantello per donarlo a due mendicanti infreddoliti, che avvolgendosi trovano finalmente riparo. Se Carducci nella sua celeberrima San Martino (La nebbia agli irti colli / Piovigginando sale,E sotto il maestraleurla e biancheggia il mar;) del 1883 ci racconta il tumulto d’animo rappresentato dal mare in tempesta, contrapposto alla quiete tipica della stagione autunnale in cui la natura si riposa e il ritmo della vita rallenta, in un continuo rimando alla precarietà della quiete, Pascoli nella sua Novembre mette in versi la malinconia che permea la sua vita, una malinconia che trova nel fugace cambio climatico autunnale la sua più naturale rappresentazione.

Del resto novembre è il mese della malinconia per eccellenza, il momento dell’anno tanto buio e fin troppo immobile da portare alcune persone a soffrire del cosiddetto disordine affettivo stagionale, un disturbo dell’umore che può trasformarsi in depressione. L’ingresso nell’inverno ha portato molte culture a creare riti di passaggio atti ad esorcizzare la paura e l’angoscia che comporta l’arrivo del buio e del gelo: la più celebre di tutte è sicuramente Halloween, reinterpretazione in chiave pagano-cristiana della festa celtica Samhain. Nel corso dei secoli con la fusione di popoli e culture, il Cristianesimo riadattò le festività pagane, perciò nel corso del IX secolo Papa Gregorio III prima e Oddone di Cluny poi stabilirono il 1° novembre la festa di Ognissanti e il 2 novembre il giorno della commemorazione dei defunti, inglobando Samhain. Ecco quindi che nelle culture di stampo cristiano il mese di novembre, complici il clima e le precedenti tradizioni, è legato alla morte, al ricordo dei cari defunti: è un periodo di raccoglimento, di riflessione e anche di accettazione della tristezza e della mancanza. E Giovanni Pascoli non fu da meno, mettendo dunque in versi questa atmosfera e queste emozioni difficili.

Ma oggi la morte come la affrontiamo? Dopo aver attuato un processo di abbattimento dei tabù, a partire da quello legato alla sessualità, abbiamo però costruito una barriera nei confronti della fine della vita: mai come oggi l’uomo si sente invincibile e in un certo senso tracotante, incapace di accettare la forza della natura e il non poterla piegare al proprio volere, sognando l’immortalità. Come quindi ci approcciamo oggi alla questione? Come si vive il Giorno dei morti? È necessaria una giornata dedicata ai defunti? Molto probabilmente sì, poiché impedisce la rimozione forzata dai nostri pensieri della morte, non come aspetto oscuro e pauroso, ma come processo naturale e certo.

Ogni 2 novembre, potete osservare i parcheggi dei cimiteri pieni di macchine e di persone che accorrono alle tombe dei cari, magari nei giorni di ponte vacanziero: sono lì per tradizione o senso di colpa? Ed ecco sorgere immediatamente un altro quesito su questo pellegrinaggio comandato: visitare i defunti al cimitero ha ancora un significato forte? Dopotutto, cosa cambia se si va a trovare più o meno spesso, in occasione o meno di ricorrenze, la tomba di un caro deceduto? Non ha forse maggior valore il tempo passato con una persona in vita? Tale ragionamento portato all’estremo potrebbe addirittura mettere in dubbio l’esistenza ad oggi dei cimiteri… Come dicevamo però, la nostra cultura affonda le proprie fondamenta nella religione cristiana, secondo la quale la vita continua dopo la morte, perciò nessuno muore davvero e il contatto con chi è nell’aldilà è necessario e fondamentale. Il concetto di morte fisica e non spirituale, in ottica religiosa, ha molto affascinato il mondo delle arti, che nel corso dei secoli ha prodotto libri, poesie, composizioni ma soprattutto opere d’arte sull’argomento. Quanti Gesù esanimi si sono avvicendati sulle tele degli artisti? Nonostante tutto questo, nonostante un’iconografia molto presente e ripetuta ossessivamente, oggi la morte è a tutti gli effetti un tabù, un po’ forse perché non ne siamo più così a contatto come chi ci ha preceduto su questa Terra, un po’ perché è crollata la fede nella religione, un tempo diffusa alla pressoché totalità delle persone, un po’ perché è troppo dura accettare la fine di tutto. Come è possibile che la grandiosità della vita si schianti contro la realtà biologica e naturale del corpo umano?

Un altro grandissimo poeta che ha saputo interpretare questo sentimento di angoscia, legato in questo caso alla non accettazione della morte, è stato Ugo Foscolo con il suo Dei Sepolcri, poemetto del 1807 che calza a pennello in questo periodo. Nonostante ormai quest’opera sia antica, il suo autore seppe interpretare alla perfezione, con qualche secolo d’anticipo, lo spaesamento di chi ateo non si rassegna al semplice ritorno alla polvere. Più lo leggo più mi rendo conto di essere in sintonia col pensiero di Foscolo, di comprenderlo e farlo mio, dando un significato e trovando una risposta alle mie tante domande. Ma era forse Foscolo troppo avanti per la sua epoca o siamo noi troppo arretrati nello sviluppo del pensiero?

Scritto in seguito all’emanazione del celebre editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) che prevedeva la costruzione dei cimiteri al di fuori delle mura cittadine (così nacque Père-Lachaise per esempio), Foscolo inizia a meditare sulla legittimità di tale norma anche in Italia, dove la tradizione religiosa è parte integrante della vita quotidiana. Mentre Ippolito Pindemonte reagisce scrivendo il poema di stampo spirituale-religioso I cimiteri, Foscolo gli controbatte con pensieri materialistici e di ispirazione epicureista. A quel punto però «per fare ammenda del mio sdegno un po’ troppo politico», Foscolo imposterà Dei sepolcri come una sorta di lettera dedicata al suo interlocutore nella quale argomenta la sua opinione.

Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.

Quello che ci vuole dire Ugo Foscolo è che la tomba è un simbolo: rappresenta l’unione famigliare spezzata dalla morte, il legame tra chi è ancora in vita e ciò che ha lasciato il defunto dietro di sé, ma racchiude anche il senso di civiltà e tutti quei valori che si trasmettono di secolo in secolo di padre in figlio, divenendo quindi emblema della singola famiglia come della comunità tutta. Quindi la tomba serve ai vivi, non ai morti: quest’ultimi non esistono ormai più, la morte corrisponde alla fine di un’esistenza, ma chi rimane non si rassegna al distacco e cerca un luogo dove ricordarli. Come Foscolo, che razionalmente considera la morte la cessazione della persona ma che con il sentimento non riesce ad accettarlo.

Questo dibattito interiore porta Foscolo a teorizzare che ciò che stimola nell’uomo l’idea che la morte sia solo un distacco temporaneo è l’illusione: chi meglio ha vissuto la propria vita secondo i valori dell’eroismo, della poesia e dell’arte sopravviverà alla fine materica del corpo lasciando nei vivi un amorevole ricordo che terrà vivi l’anima e la presenza spirituale di costui. È dunque una sopravvivenza temporanea, poiché con la morte di chi ricorda, arriverà anche la morte reale, ma finché l’eredità spirituale continuerà ad essere celebrata sulla tomba, la fine non sarà totale.

In questa periodo autunnale che invoglia alla riflessione e al raccoglimento, non per forza religioso, gli spunti su cui meditare sono tanti: ricordare chi non c’è più e fare pace coi sensi di colpa o coi rimpianti, ragionare sulla propria vita e scegliere se ricordare nella propria intimità o se portare avanti la tradizione, visitando la tomba inteso come luogo di comunicazione e connessione. Ed infine capire per noi qual è il limite ultimo della vita, se crediamo nell’aldilà o se il nostro radicato razionalismo non ci lascia che credere nelle illusioni.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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By on novembre 11th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing, Carlotta Tosoni, L'Editoriale

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