Tra impegno, provocazione e morti viventi: la poetica di Marco Bellocchio

0 1.287

Tra impegno, provocazione e morti viventi: la poetica di Marco Bellocchio

Marcello Mastroianni nei panni di Enrico IV (1984)
Marcello Mastroianni nei panni di Enrico IV (1984)

Strana arte, il cinema. Visiva, ovviamente. Nondimeno, quello che rimane, anche delle opere più visive e visionare è il monologo, o al limite il dialogo. Platonico, in realtà, perché il dialogo in realtà nella stragrande maggioranza dei casi è soltanto un escamotage letterario per un monologo “truccato”: forse perché per portare e tramandare le parole non abbiamo in fondo bisogno di un supporto, novelli Montag che portano dentro monologhi e concetti come racconti e libri. Capita, così, che sogni visuali, paradisi in bianco e nero, arditi movimenti di macchina, zoommate ardite e le risalite, panorami, panoramiche e PPP vadano persi nel tempo come lacrime nella pioggia: anche i virtuosismi registici di Marco Bellocchio, che oggi compie 78 anni essendo nato il 9 novembre del 1939.

Elica. Franco Elica. Anche il nome non va. Come il mio, Smamma, non vanno. Smamma, Elica. Noi siamo finiti perché non siamo capaci di vivere, e di conseguenza non siamo capaci di raccontare per immagini il mondo che ci circonda, il mondo di oggi, e del nostro vecchio mondo non gliene frega più un cazzo a nessuno, a noi per primi. Il mondo dell’oratorio, del cinema dei preti, dove vedi con dieci anni di ritardo i Promessi Sposi… ora quel mondo non c’è più. E tu? Vecchio rincoglionito vai in giro a cercare l’immagine di una Lucia Mondella e t’angosci perché non la trovi? Ma cosa vuoi che gliene freghi al pubblico che va al cinema oggi di vedere I Promessi Sposi o, che cazzo ne so?, la Divina Commedia. Meglio scomparire. Da morti contiamo molto di più. No, tu no, ti sei ancora vivo quindi non conti un cazzo. Cominci a capire?  Tutti devono credere che sei morto. In Italia i morti comandano. […] I morti comandano. Che ti avevo detto io, i morti comandano. In Italia, nel mondo, ovunque, i morti comandano! Non venirmi a parlare dell’amore per Bona, la principessa triste, balle, invenzioni, povere consolazioni l’amore non c’è la bontà non c’è, esiste soltanto l’odio, la rabbia. Io ho vinto!

Mentre il dialogo/monologo qui sopra è tratto da Il regista di matrimoni, film del 2006 avente come protagonista Sergio Castellitto, il film per cui è generalmente ricordato il regista di Bobbio è anche quello dell’esordio, quel I pugni in tasca del 1965 che, già vincitore del Nastro d’Argento, è stato poi inserito nella lista dei migliori 100 film italiani di tutti i tempi. Però, per quanto la critica abbia osannato la pellicola (probabilmente affascinata dagli aspetti pionieristici del film, prodotto in maniera indipendente da Bellocchio e realizzato all’insegna del risparmio, tanto che gli interni furono girati nella casa materna di Bellocchio), in quanto film-manifesto e per certi versi anticipatore delle tematiche-problematiche sessantottine, le nostre preferenze vanno ad opere più mature, quali L’ora di religione (2002) e, appunto, Il regista di matrimoni.

lora-di-religione-2-800x500Bellocchio, comunque ci ha abituato a posizioni nette, opere impegnate, argomenti scottanti: a parte I pugni in tasca, pensiamo a Sbatti il mostro in prima pagina con Gian Maria Volontè, ad Enrico IV, a La visione del sabba, a quel Diavolo in corpo tratto dall’icona erotica di Raymond Radiguet.

Per quanto L’ora di religione contenda valorosamente il primato (e non per la bestemmia esplicita in pieno film, che ci è sempre parsa oltremodo gratuita), però, la nostra preferenza assoluta va, come si era capito, proprio al regista di matrimoni. Bellocchio è autore anche del soggetto e della sceneggiatura, come da prassi, e per un tanto ha tutta la nostra ammirazione: perché se I pugni in tasca era un manifesto programmatico, il regista ci pare sia una summa teologica sia un ritratto interiore dell’Italia e della decadenza della società occidentale.

Gianni Cavina
Gianni Cavina

Il fatto che tale autopsia in movimento sia anche un coacervo di rimandi, citazioni e forse omaggi nobilita la narrazione (che peraltro, procede con ferma sapienza registica, tra inserti in b/n, steadycam citata e usata, salti temporali e quant’altro): si respira aria di Luchino Visconti non solo perché l’ambientazione è sicula e gattopardiana. Su tutto il film aleggia l’ombra di Manzoni e della borghesia (che aspira, dopo secoli, ancora alla  nobiltà), e c’è uno splendido rimando allo scampanellio dei monatti evocato da Smamma in una scena successiva, con un campanello rivelatore; ma come non pensare a Pirandello, alla fuga dalla realtà, quando un immenso Gianni Cavina (un attore sottovalutato, ma un vero mostro sacro per noi) si dipinge di professione pazzo patentato? È Cavina l’alter ego di Bellocchio, con la sua arringa sui morti che contano più dei vivi: perfetto ritratto di un’Italia allo sbando come Elica/Smamma, incrostata come un cirripede di antiche vestigia e fasti passati, nonché di fantasmi di mondi di cui, veramente, non importa più nulla a nessuno. Tra formalismi e vecchie consuetudini, Bellocchio propone un matrimonio di convenienza i cui tutti i partecipanti appaiono morti: morti da sempre, anche se possono respirare, come cantava Lucio Dalla.

Solo Elica e Bona sono vivi. E infatti scappano, in treno, all’italiana: come scappano Deckard e Rachael in Blade Runner, i soli ad essere vivi in un mondo morto.

Ammesso che questo sia vivere, naturalmente.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.