Wendell P. Bloyd: “Un blasfemo (Dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)” di De André

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La Genesi narra che nel Paradiso Terrestre c’erano due alberi da cui Adamo non poteva assolutamente né cogliere né mangiare i frutti: l’Albero della Conoscenza e l’Albero della Vita. Questi alberi rappresentano due facoltà che in origine appartenevano solo alle creature celesti, ovvero la consapevolezza che al mondo esistono il bene e il male e la vita eterna. Wendell P. Bloyd ritiene che l’impossibilità dell’uomo di conoscere fosse stato un inganno perpetrato da Dio che obbligò il primo uomo a «condurre una vita da scemo», ovvero a vivere nell’ignoranza della vera essenza della realtà. Bloyd sostiene che quindi Adamo abbia fatto bene ad ingannare Dio mangiando la mela di quell’albero perché era suo diritto avere una piena consapevolezza di ciò che stava alla base della sua esistenza.

Wendell P. Bloyd

Edgar Lee Masters racconta la vicenda di Wendell P. Bloyd all’interno dell’Antologia di Spoon River, opera in cui si dimostra essere un precursore nella denuncia della manipolazione del pensiero ad opera del Sistema, come affermerà la Pivano.

Nel villaggio di Spoon River non esistono leggi contro la blasfemia, ma i bigotti non accettano che Bloyd resti impunito. Inizialmente lo accusano di avere un atteggiamento troppo libertino, contrario quindi al buon costume, ma non è abbastanza. L’unico modo per zittire chi non sa tacere è far credere che ogni sua parola sia frutto di una pazzia pericolosa che deve essere fermata. «Poi mi rinchiusero per pazzo, / e qui un infermiere cattolico mi uccise di botte», recitano i versi di Masters, che attraverso l’aggettivo cattolico denuncia l’assurdità della religione che porta ad uccidere chi osa pensare al di fuori degli schemi prestabiliti.

Eppure Bloyd non è un ateo, lui non mette in dubbio l’esistenza di Dio, ma pone in Dio un sentimento umano, l’invidia, che lo porta a fare in modo che l’uomo non si elevi ad essere suo pari mangiando anche dall’Albero della Vita, cacciandolo quindi dall’Eden prima che sia troppo tardi. Un Dio geloso della propria condizione che non può permettere in alcun modo che le creature da lui create divengano sue eguali.

Klimt, Albero della vita, dettaglio del Fregio di Palazzo Stoclet

Secondo Wendell P. Bloyd l’umanità è quindi vittima di un Dio invidioso ed è per questo che Fabrizio De André sceglie questa poesia come base per Un blasfemo, terzo brano dedicato all’invidia, all’interno dell’album Non al denaro non all’amore né al cielo, affermando che «il blasfemo è un esegeta dell’invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio».

«Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore / più non arrossii nel rubare l’amore / dal momento che Inverno mi convinse che Dio / non sarebbe arrossito rubandomi il mio»: questa prima strofa si distanzia dal contenuto della poesia originale, ma è essenziale per comprendere il pensiero titanico di quell’uomo che sceglie di non sottomettersi ad un Dio da lui ritenuto ingiusto, che non si china più di fronte a lui e nemmeno alla bellezza della sua creazione, il fiore. Allo stesso modo si sente libero di rubare l’amore agli altri poiché Dio stesso con l’inverno della vita un giorno ruberà il suo.

Le tre strofe successive sono fedeli alla poesia di Masters, ma l’abilità poetica di De André riesce a rendere alla perfezione l’atrocità della morte del blasfemo che canta «non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / mi cercarono l’anima a forza di botte», perché chi sceglie di opporsi a Dio deve essere per forza una creatura priva di anima che merita di morire.

De André, nell’intervista con Fernanda Pivano, spiega:

Non mi bastava il fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perché nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione verso qualcosa di più consistente che non un’immagine metafisica.

La mela proibita

Infatti la critica di De André riesce ad andare oltre quella di Masters, poiché arriva ad affermare che nella nostra epoca non si può più parlare di giardini incantati e di Dio perché ci si trova di fronte ad un’autorità diversa, e aggiunge che: «per il blasfemo il giardino incantato non è stato creato da Dio ma è stato addirittura inventato dall’uomo e comunque la “mela proibita” è ancora sulla Terra e noi non l’abbiamo ancora rubata».

È quindi tutta una messa in scena per ingannare gli esseri umani, per sottometterli in nome di una divinità che non esiste, ma che è stata inventata. De André ci invita a svegliarci, a smettere di pensare come il potere poliziesco del Sistema ci obbliga a pensare, ad andare oltre gli schemi imposti dall’alto e ad entrare dentro la realtà, a usare la nostra testa per essere blasfemi non contro qualcosa di metafisico, ma contro quel potere che ci costringe a sognare nel giardino incantato.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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