Diari Immaginari – La “Divina Marchesa” Luisa Casati

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Luisa Casati.

La marchesa negli anni ’20

Venezia di notte è perturbante. Le luci flebili delle luminarie si riflettono dovunque, come occhi splendenti che mi osservano. Cammino nelle strette vie, specchiandomi nell’umidità stagnante sul suolo. Respiro l’odore pungente dell’acqua che si stende languida intorno a me come una coperta di velluto nero.

Venezia è una città strana.  Sembra convivere placidamente con la sua precarietà, dovunque è pervasa dalla minaccia di pericolo, fine e catastrofe, ma allo stesso tempo vive questa condizione con così tanta bellezza e maestosità da trasmettere la sua disinvoltura a chiunque abbia la possibilità di visitarla. Per questo, forse, la amo così tanto. Silenziosa, cupa e magnetica, affacciata sul baratro della fine, ma meravigliosa nella sofferenza, proprio come me, la marchesa Luisa Casati.

Le persone ammirano piazza San Marco come se fosse sempre stata così, ammirano l’altezza del campanile, l’oro dei mosaici della basilica. Ammirano la mia bellezza, e provano nei miei confronti un timore reverenziale come se fossi una divinità dell’oltretomba, una santa maledetta a cui rivolgere preghiere piene di desiderio e peccato. Ed io mi diverto in questo ruolo, tra la terra e l’inferno, bramosa di eccessi, tracotante oltre ogni limite umano. Non esiste il troppo per me. Ogni volta che supero un limite, detto nuove leggi che rendono il mio eccesso un modello. Tutto ciò che è fatto, detto, pensato dalla marchesa Luisa Casati è un atto creativo.

Luisa casati ritratta da Boldini

Io stessa sono una mia creazione, un’opera d’arte. La mia chioma è una fiamma divampante e indisciplinata. I  miei occhi sono smeraldi che emergono dalle scure cavità oculari. Il mio corpo è uno strumento di voluttà e una candida tela bianca. Su di esso appoggio gemme brillanti, tessuti preziosi. Cingo la pelle liscia del collo con serpenti vivi, incornicio il mio seno con corsetti d’oro. E come un’opera d’arte, esisto per comunicare me stessa, per godere delle reazioni che genero negli altri. Per ispirare, emozionare, farmi amare.

Mi sono creata, per sopravvivere a me stessa. Per staccarmi da quella timida orfanella che a volte piange ancora dentro di me. Ero una bambina sola, un vaso vuoto da riempire d’amore. Mi sarei consumata nel dolore e nella solitudine, se solo non avessi deciso di dipingere su quel vaso, di renderlo il più prezioso vaso sulla faccia della Terra. Sono una fenice rinata dalle ceneri del mio cuore sensibile. E ora volo guardando le sofferenze altrui dall’alto della mia magnificenza. Non più insensibile, solo meno umana.

Ed ora lotto con tutta me stessa per splendere. Il baratro su cui mi affaccio costantemente è il rischio dell’abitudine, il momento in cui mi accorgerò di essere diventata come uno splendido obelisco ormai apprezzato solo da qualche vagabondo come riparo dal sole. Un giorno, i miei eccessi diventeranno normalità anche per gli altri. Ed allora preferisco bruciare e consumarmi ora, ancora giovane, nella mia grandezza, senza pensare al domani, bere fino all’ultimo goccio ciò che la mia esistenza mi concede, illudendomi di essere davvero un’opera d’arte portentosa, universale, imperitura.

Luisa Casati, nata Luisa Amman (Milano, 23 gennaio 1881 – Londra, 1° giugno 1957), è stata una nobildonna e collezionista d’arte italiana. Proveniente da una famiglia di ricchi imprenditori, la timida Luisa fin da bambina si appassiona alle storie di nobildonne “fuori dagli schemi” come la contessa di Castiglione e Cristina di Belgioioso. Tra il 1894 e il 1896 lei e la sorella Francesca perdono entrambi i genitori e diventano ricchissime ereditiere. Nel 1900 Luisa sposa il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, ottenendo il titolo nobiliare. Ben presto, tuttavia, il ruolo di moglie inizia a starle stretto.Dopo aver lasciato la figlia in collegio, trascurando il marito troppo dedito alla sua passione per la caccia, la marchesa si concede lussi e divertimenti. Crea un vero e proprio personaggio, tagliandosi i capelli a caschetto e tingendoli di un rosso brillante, vestendosi con abiti neri e truccando i magnetici occhi verdi con ombretti neri.

Man Ray, Luisa Casati, 1922

A Gallarate conosce Gabriele D’Annunzio, ed i due, anime affini, iniziano una relazione basata sul sesso e sull’amore per la letteratura. Entrambi avranno molti altri amanti, ma la loro intesa non si sarebbe mai esaurita. Nelle lettere si chiamano affettuosamente KORE (regina degli inferi) e ARIEL (lo spirito dispettoso del teatro shakespeariano). Proprio D’Annunzio la convince a comprare il Palazzo Venier dei Leoni a Venezia (oggi sede della fondazione Guggenheim). Qui Luisa Casati organizza feste famose in tutta Europa, fa arrivare animali esotici africani, di notte passeggia nuda per piazza San Marco. La sua è una vita di stravaganze, sfoggia abiti d’oro, code di pavone e serpenti vivi al collo. Trasferitasi a Parigi, diventa la musa dei futuristi; frequenta Marinetti, Balla, Boccioni, Carrà, Depero. Diventa l’amante di Van Dongen e Augustus John, gli artisti fanno la fila per ritrarla (tra questi Giovanni Boldini). Dopo la morte della cara sorella, nel 1919, per superare il lutto inizia a viaggiare in numerosissimi Paesi, spingendosi fino all’India, per approdare a Capri, dove accoglie nel suo salotto il poeta Jean Cocteau e la pittrice Tamara de Lempicka. Il suo seguente ritorno a Parigi corrisponde con l’avvento del surrealismo, di cui diventerà ispiratrice, ad esempio posando per Man Ray. Tuttavia, a circa 50 anni deve fare i conti con la sua vita dispendiosa, e impossibilitata a saldare i debiti accumulati, si trasferisce a Londra dove vive la figlia. Qui passa gli ultimi anni della sua vita in una condizione di assoluta indigenza,dedicandosi all’esoterismo e non rinunciando tuttavia ai cosmetici e all’oppio. La marchesa Luisa Casati muore il 1° giugno 1957, per un’emorragia cerebrale dopo una seduta spiritica. Viene sepolta con il suo mantello nero bordato di leopardo, ciglia finte e occhi bistrati, e sulla sua tomba la nipote fa incidere un epitaffio dalla tragedia shakespeariana Antonio e Cleopatra

L’età non può appassirla
Né l’abitudine rendere insipida
La sua infinita varietà.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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