I Grandi Classici – “La Morte a Venezia” di Thomas Mann, la bellezza e il tempo che va

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La Morte a Venezia
Un’edizione individuale del racconto

La bellezza salverà il mondo, come pensava Dostoevskij, oppure il mondo non è salvabile? E soprattutto, la bellezza esiste come dato oggettivo al di fuori di noi? Esiste una bellezza almeno antropologicamente oggettiva? Parrebbe di no, giusto a leggere un po’ di storia, quel minimo di storia dell’arte, magari a far due passi nell’antropologia, quel tanto da accorgersi che la percezione di ciò che è bello cambia con la triade race, milieu, moment. E nondimeno, quanta parte, fondamentale, della nostra vita è condizionata dalla bellezza? Sono le domande a cui tenta di dare una risposta La Morte a Venezia, una delle opere fondamentali del grande romanziere tedesco Thomas Mann, pubblicata per la prima volta nel 1912.

Non è un caso che Roberto Vecchioni abbia intitolato semplicemente La bellezza il brano dedicato al romanzo di Mann: amore e morte, accettazione del destino, ineluttabilità dello scorrere del tempo e, su tutto, un fine drappeggio critico di usi e costumi di una classe borghese che non è solo mileu sociale ma anche filtro di percezione e approccio alla realtà – sono tutte tematiche presenti nel romanzo breve, ma in sostanza La Morte a Venezia è un’ode alla bellezza. Quella di Tadzio, certo: bellezza omosessuale, quindi? «La storia di un uomo ossessionato dalla bellezza ideale» possiamo leggere quale presentazione sul DVD del film di Luchino Visconti tratto dal romanzo, col titolo che diventa semplicemente Morte a Venezia, perdendo l’articolo: ideale, non omosessuale, per quanto sia innegabile il fil rouge omoerotico che va da Thomas Mann a La Morte a Venezia. La genesi dell’opera, infatti, vede i coniugi Mann in vacanza a Venezia nel 1911 e lo scrittore colpito dalla bellezza di un ragazzo polacco di tredici anni a cui si ritrovò a pensare spesso senza farne mistero con la moglie.

Thomas Mann

La Morte a Venezia ha quindi una solida base reale, sia da questo incontro che non si concretizzò in un inseguimento costante attraverso le calli veneziane, che per quanto riguarda i nomi scelti per i protagonisti: Gustav von Aschenbach richiama infatti il poeta omosessuale tedesco August von Platen, nato ad Ansbach. La tematica dell’omosessualità, latente fino ad un certo punto: vero è che il protagonista Gustav viene presentato anche come un artista in crisi, che viene folgorato dalla bellezza di Tadzio anche a compensazione della propria crisi esistenziale, ma la tensione omoerotica è più che sottesa. Di contro, come detto Mann parla esplicitamente di un Gustav che si “invaghisce” del fanciullo, bellezza dionisiaca, ideale platonico, sindrome di Stendhal di fronte ad tanta perfezione corporea.

Appare singolare che un tale argomento sia gestito dal punto di vista linguistico in maniera poco descrittiva, con pochi richiami figurativi ed invece fortemente interiorizzato e orientato alla riflessione, sostenuta da periodi articolati e complessi, con abbondanza di polisindeti: appare tanto più singolare, se confrontata l’opera con la trasposizione cinematografica di Visconti, che rispetta lo spirito ma, giocoforza, non la lettera, e ne trae un capolavoro estremamente figurativo e ricco di “quadri” simbolici, su tutte la sequenza della morte di Gustav al Lido di Venezia.

La locandina del film

Se l’eros è sostanzialmente latente, la Morte è ovviamente ben presente, una morte che si cerca di ingannare sempre, il soldato che tutta la notte ballò galoppando fino a Samarcanda, Gustav von Aschenbach tingendosi i capelli e truccandosi il volto, nel vano tentativo di apparire più giovane e di ingannare la Morte, il Tempo, la Bellezza. Tentativo patetico, che sfocia nell’immagine patetica di una tintura per capelli che sgocciola su un ancor più patetico volto azzimato e clownesco, fino ad una morte senza più dignità, accasciato come un burattino senza più fili su un grigio Lido di Venezia.

In qualsiasi tipo di narrazione, la dinamica significativa nasce dalla dualità, dalla dialettica: ben lo sapeva Umberto Eco, del quale preferiamo, si fa per dire, la Storia della Bruttezza a quella della Bellezza. «Sempre e dovunque anche il brutto ha i suoi aspetto affascinanti; è eccitante scoprirli dove nessuno prima li ha notati» disse Toulouse-Lautrec: quindi, senza avventurarci ancora una volta a disquisire del doppio letterario, possiamo comunque dire che il doppio-antagonista di Tadzio è Gustav, ammiratore in opposizione, che oppone alla gioventù-bellezza una bruttezza vecchiaia-senza-dignità, trucchi Vs. sincerità (ancorché maliziosa).

Gustav, accasciato al Lido

Siamo, quindi, sicuri che La Morte a Venezia parli della bellezza? O parlando di questa antagonista della bellezza, la bruttezza come vecchiaia, condizione menomante e non desiderabile, parla piuttosto del trascorrere della bellezza stessa? La bellezza, lo vediamo, è assolutamente relativa; la giovinezza-bellezza, almeno in un sistema di riferimento antropometrico, no, e di contro nemmeno la bruttezza-vecchiaia, nonostante le passioni mai sopite e che addirittura si scoprono, in violazione dei sentimenti che non invecchiano (quasi mai, con l’età) ma non trovano appagamento.

Come farà, la caduca bellezza a salvare il mondo? Non salva Venezia, «inverosimile più di ogni altra città», non salva Gustav, non salverà neppure Tadzio che indica, forse, proprio questo al morente Gustav di Visconti.

La bellezza è un attimo, la bruttezza è ovunque e per sempre. C’è sempre meno bellezza, nelle persone e nel mondo: La Morte a Venezia ce ne dà conto, e proprio per questo dovremmo perseguirla indefessamente.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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