L’arte secondo Roger L. Taylor: espressione dello spirito umano o mezzo per il controllo sociale?

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L’arte secondo Roger L. Taylor: espressione dello spirito umano o mezzo per il controllo sociale?

Roger L. Taylor, filosofo britannico, propone una riflessione sulla natura e sul ruolo sociale dell’arte, nel testo Arte: nemica del popolopubblicato nel 1978 e tradotto oggi, in Italia, da Paolo Martore.

Roger L. Taylor, Arte: nemica del popolo

La tesi portata avanti da Taylor è subito chiara: l’arte non rappresenta un anelito dello spirito, non si tratta di una questione di gusto, bellezza o genio, come hanno sostenuto filosofi di tutte le epoche e appartenenti alle più svariate correnti di pensiero. In realtà, «l’arte è un raffinato strumento concettuale, messo a punto in un preciso momento storico dai gruppi sociali dominanti allo scopo di tutelare i propri interessi di classe».

Il punto di partenza della speculazione di Taylor è stata la riflessione di Ludwig Wittgenstein che, nella sua celebre opera Ricerche Filosofiche, espone la teoria dei giochi linguistici. Il filosofo viennese demolisce la comune visione del linguaggio come immagine della realtà: il carattere denotativo di esso non è eterno e immutabile – proprio come non lo sono i concetti che esprime – e non rappresenta l’unica sua funzione, ma è soltanto uno dei molteplici “giochi linguistici” che esistono intorno ad un termine. Questa visione è figlia dell’idea che non si possa dare una verità apodittica immodificabile che attraversa la storia del pensiero: al contrario, concetti e linguaggi mutano nel tempo assumendo significati e funzioni differenti.

Secondo Taylor anche la parola “arte” – ed il concetto che dietro di essa si nasconde – risponde alla logica dei giochi linguistici di Wittgenstein. Infatti, il significato di arte come lo intendiamo noi oggi, sarebbe emerso soltanto a partire dal 1700. Nei secoli precedenti, questo termine aveva funzioni differenti, esprimeva cioè un concetto diverso da quello odierno. A tale proposito, ricordo la minuziosa analisi proposta dal filosofo Wladyslaw Tatarkiewicz che ha percorso l’evoluzione del termine e del concetto di arte, a partire dalla Grecia antica sino ad arrivare alla modernità. Ciò che emerge è proprio l’abisso concettuale che vi è nell’uso di questa parola nelle varie epoche:

L’espressione “arte” è una traduzione del latino ars, che a sua volta traduce il greco τέχνη […] Con l’andar del tempo il senso dei termini si è modificato. I cambiamenti erano piccoli, ma costanti e hanno fatto si che con i millenni il significato dei termini antichi sia completamente mutato.

Il Quarto Stato

In Antichità e nel Medioevo con questo termine si indicava il saper fare qualche oggetto. La capacità consiste nella conoscenza delle regole: non vi era arte senza norme universali sottoposte ad un fine definito. Pertanto, tutte quelle attività figlie della sola ispirazione o della fantasia non erano considerate dagli antichi come artistiche. Questa concezione muta poi nel Rinascimento, quando si separano l’artigianato e le scienze dalle “Arti Belle” ed inizia così il cammino che ci conduce alla moderna e contemporanea concezione di arte. Secondo Tatarkiewicz, il concetto attuale non gode di una definizione precisa: a lungo lo si è associato all’idea del bello, ma con le Avanguardie novecentesche questa connessione è venuta definitivamente meno. Inoltre, l’ideale di artisticità ha subito, in epoca moderna, una serie di contraccolpi causati dall’ingerenza di nuove manifestazione creative. Basti pensare alle dispute intono alla fotografia o al cinema, che hanno mobilitato personalità come Benjamin e Cesare Brandi, che si sono espresse a favore o meno dell’inserimento di queste attività nella cerchia delle arti.

In particolare, Brandi, in un saggio del 1949 dal titolo La fine dell’Avanguardia, si scaglia contro il “cinematografo” e gli spettacoli sportivi, che progressivamente stanno scalzando le arti vere e proprie. Queste manifestazioni rappresentano pienamente il vuoto di un’epoca che sta andando a morire. La fine delle avanguardie artistiche porta in seno a se stessa anche l’esaurimento dello spirito Europeo. Lo snaturamento del’essenza artistica è in realtà una pratica tipica dell’epoca moderna: Brandi cita l’esempio della musica jazz che, nata dai canti spiritual, rappresenta il cuore della cultura dei neri d’america. Il jazz per loro significa «la felicità da ritrovarsi nell’esistenza in atto, nel gesto, nel grido». Per tutte le altre culture non è altro che un’imitazione priva di senso, un fenomeno, una moda. Analogamente Taylor rileva che l’entrata del jazz nella cultura musicale bianca -e borghese – lo aliena, privandolo di quella carica erotica e selvaggia che lo caratterizzava sin dalla nascita.

Miles Davis

Questo è il cuore della problematica posta da Roger L. Taylor: l’arte non è la più alta attività dello spirito ma uno dei tanti strumenti utilizzati dall’elité borghese per controllare il popolo. Oggigiorno, questa riflessione è tristemente attuale. La società contemporanea è infatti intrisa di condizionamenti che orientano i gusti, il senso estetico, le scelte, la vita. Le pubblicità, i social network, gli influencer di Instagram e le blogger: la nostra quotidianità è tempestata da stimoli che -neanche troppo- velatamente ci suggeriscono come dovremmo comportarci, cosa dovremmo desiderare, come dovremmo essere. Ma questa condizione di asservimento ai dettami della “moda” è la cifra che caratterizza indelebilmente la società moderna, o esiste ancora un margine di autenticità che aspetta solo di essere riscoperto?

Francesco De Fanis Per MIfacciodiCultura

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