“Arte Ribelle”: gli anni ’70 come periodo di rivoluzione estetica e sociale

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Arte Ribelle: gli anni ’70 come periodo di rivoluzione estetica e sociale

Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale, 1972

Fino al 9 dicembre alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese si tiene una mostra molto interessante, per la sua forma e il suo contenuto: ARTE RIBELLE / 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto. La sua sede è il Palazzo delle Stelline, uno dei luoghi più rappresentativi della Storia di Milano. La Galleria Gruppo Credito Valtellinese è collocata nel suo settecentesco Refettorio, nella cui sala espositiva di 500 mq ha luogo l’esibizione: inaugurata nel 1987, ha già ospitato molte monografiche attinenti soprattutto all’arte del Novecento e contemporanea.

ARTE RIBELLE, con una rassegna di un’ottantina di opere, una nutrita serie di documenti illustratitestimonianze fotografiche e video scelte dal curatore Marco Meneguzzo va a indagare sugli anni tra il ’68 e il ’77, focalizzandosi sulla scena artistica e culturale italiana. Infatti si ebbe a che fare con un periodo spartiacque per la Storia della Penisola e del resto dell’Europa, non solo per le élite intellettuali: il Sessantotto aveva dato il via a un processo di ridefinizione dell’interpretazione dell’essere-uomo, puntando al superamento dei residui autoritari e conservatori dell’Ottocento mediante un innesco rivoluzionario totalizzante. “Totalizzante” perché tale ondata di cambiamento si manifestò sin da subito con la sua carica politicizzata, riflesso delle ideologie anticapitaliste dell’epoca ma al contempo animata da un forte senso critico verso il tradizionale marxismo-leninismo. Infatti gli artisti si accorsero che dovevano operare un radicale mutamento del proprio linguaggio: in un’epoca in cui a dominare il dibattito collettivo era il concetto di “lotta di classe”, il pubblico a cui rivolgersi era il “popolo”, in quanto costituito dalle masse proletarie e sottoproletarie, motori dell’ascesa industriale italiana e al contempo simbolo dello sfruttamento economico. Il linguaggio artistico assumeva così un nuovo compito, ossia quello di essere il più possibile “popolare”, al fine di direzionare in qualche modo il sentimento degli oppressi e guidarli verso un profondo mutamento dell’umanità.

Sala espositiva della mostra

La mostra è suddivisa in varie parti, espressioni delle diverse specifiche declinazioni di tale operazione di rinnovamento estetico e sociale.

La prima area espositiva, entrando e dirigendosi verso sinistra, segue il filone comune della pittura. Seppur sia il mezzo di espressione più tradizionale a cui un artista possa ricorrere, il vantaggio della tela è di risultare facilmente fruibile in quanto medium più conosciuto a livello popolare: in questo modo può impattare in maniera incisiva sulle masse, giocando sugli stilemi peraltro in voga nell’epoca. Infatti si possono notare grandi influenze dal contesto della Pop Art americana, ma con un afflato propagandistico e anarchico. Si possono vedere dunque opere di Giangiacomo Spadari, Paolo Baratelli, Fernando De Filippi, Umberto Mariani, Franco Angeli e Mario Schifano, la cui impronta politica è molto evidente e riconducibile ai movimenti extraparlamentari di sinistra.

Nella seconda area, alla destra dell’entrata, si possono osservare invece le tendenze più concettuali e comportamentali, che rinnegano la figurazione. In questo caso il linguaggio della produzione artistica viene reinventato con l’uso della parola e del pensiero analitico, portando a un ventaglio molto ampio di “interventi” artistici: installazioni site-specific, performance, opere pittoriche e scultoree informali, che escono dai confini tradizionali del museo per entrare nei luoghi del “popolo” e dargli coscienza umana e sociale della sua condizione storica. Si pensi ai contributi di Vincenzo Agnetti, Nanni Balestrini, Gianfranco Baruchello, Emilio Isgrò, Ugo La Pietra, Fabio Mauri, Franco Mazzucchellli, Gianni Pettena, Gianni Emilio Simonetti e Franco Vaccari.

Vincenzo Agnetti, Assioma, 1972

Agli estremi della sala espositiva si hanno degli elementi aggiuntivi che restituiscono ulteriore significato alla mostra: da una parte si ha una stanza con la proiezione di filmati d’epoca sull’arte in mostra, come Itinerari di Ugo La Pietra, con cui espone il suo concetto controculturale di ribellione al “monumentalismo” (ridefinizione del senso dell’abitare andando contro la narrazione tradizionale-monumentale degli spazi urbani); dall’altra si possono vedere delle prime pagine di Re Nudo, giornale politico e satirico degli anni ’70 che divenne presto simbolo della rivoluzione sociale dell’epoca per l’organizzazione anche di eventi e concerti.

Una rivoluzione sociale che, per quanto incompiuta, è ancora visibile oggi.

ARTE RIBELLE / 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto
A cura di Marco Meneguzzo
Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Milano
Dal 12 ottobre al 9 dicembre 2017

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Alessandro ROSA dice

    Preg.mo dott. Villani,

    Apprezzo la sua attività di critica e commento sui fenomeni estetici del recente passato nel mondo dell’arte, In special modo ho molto gradito (anche se con ritardo) l’articolo da lei scritto e intitolato:”Arte Ribelle: gli anni ’70 come periodo di rivoluzione estetica e sociale” del 2017. Nonostante voglia rimarcare la lotta di classe come tema tipico del periodo, trovo singolare che lei sembra abbia colto, fuori dal coro prevalente dei sessantottini e post-sessantottini, una sottile vena di critica alla pittura prevalente forse eccessivamente sbilanciata verso il marxismo.

    Le segnalo al riguardo una breve e originale altrettanto recente pubblicazione su un movimento artistico-culturale che, pur con scarsa fortuna, fece sentire la propria voce: “Turriziani N.,Provincia italiana e Controavanguardia. Per una storia culturale del Frusinate a metà Novecento, Napoli, TramArte, 2012, SBN=ITICCUTO01996614” consultabile in diverse biblioteche.

    Gradirei poi un commento da parte sua come autorevole critico estetico del periodo.

    Buon lavoro

    Alessandro ROSA

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