Helmut Newton: quando ritrarre l’erotismo è un gioco

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Noto fotografo tedesco, Helmut Newton nasce a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea: il suo vero cognome è Neustädter. Newton è una delle figure più controverse della fotografia mondiale.

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A soli otto anni il fratello maggiore lo porta in un quartiere a luci rosse pieno di prostitute, dove vive e lavora la famosa Red Erna, con gli stivali alti fino al ginocchio e la frusta. Sarà la sua prima esperienza visiva che aprirà la strada alla passione per le immagini e la fotografia, ambiente nel quale verrà introdotto da Elsie Neulander Simon, fotografa berlinese specializzata in moda, ritratti e nudi.

Costretto giovanissimo ad emigrare in Australia a causa del regime nazista, vivrà poi a Parigi, Montecarlo e Los Angeles. I primi successi sono legati agli scatti per l’edizione inglese di Vogue negli anni ’50, per poi divenire uno dei più importanti fotografi di moda di tutti i tempi. Gli anni ’60 e ’70, rappresentano il suo momento d’oro, divenendo una vera e propria celebrità. Lavora per stilisti del calibro di Chanel, Gianni Versace, Yves Saint Laurent, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.

Helmut Newton muore all’età di 83 anni il 23 gennaio del 2004 a seguito di un incidente stradale con la sua Cadillac.

Tante e disparate sono le opinioni legate alla figura di Helmut Newton: chi ne ha compreso l’indole geniale ha elevato la sua fotografia di moda ad arte, chi invece lo ha definito scandaloso per la sua sfacciata propensione ad oltrepassare i “limiti dell’accettabilità”.

Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione.

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Helmut Newton stesso, consapevole dei giudizi che attirava, costruì buona parte del suo personaggio su quella immagine di cattivo ragazzo che ormai dilagava.

La notorietà di Newton esplode alla fine degli anni ’60, quando inizia ad introdurre nella fotografia di moda elementi di sado-masochismo, voyeurismo e omosessualità: donne riprese in pose provocanti, si muovono cariche di tensione erotica, si adagiano su un divano colme di soddisfazione post-coitale. La sua provocazione incanta, ammalia,  e non tocca mai le corde della volgarità.

La donna che ritrae Helmut Newton è sadiana: la sua perversione è fredda e gelida, il suo corpo è statuario, i suoi muscoli sono forza, il suo stesso sesso è forza. Una donna distaccata, lontana, indipendente, oggetto del desiderio maschile, catturata in uno scatto, che per Newton è la reale occasione di possedere tanta bellezza, mentre per lo spettatore rimane la forma inafferrabile che è la fotografia.

Non pochi ritengono il suo lavoro degradante per la dignità della donna, in verità l’erotismo da lui catturato diviene sensuale iperrealismo: la descrizione di un mondo più vero di quello quotidiano, dove prendono forma fantasie, desideri, perversioni tutti elementi appartenenti alla sfera dell’umano essere, ma costretti da una morale distorta, a restare “pensiero peccaminoso”.

Helmut Newton: quando ritrarre l'erotismo è un gioco

Newton sa bene che più le sue foto sono cariche di ambiguità, più riescono a portare allo smarrimento l’osservatore, più queste rimangono impresse nella sua memoria. Provocazione è la parola d’ordine, ad oggi apparentemente non più carica del suo significato come un tempo, visto l’abbondare di “nudo” e la sua accessibilità. Dico però apparentemente perché la nudità in se non è provocatoria, lo è quando evoca, conduce in spazi che, nonostante i tempi moderni, rimangono ancora luoghi isolati o messi al bando.

L’eros sofisticato di Newton, molto spesso preso ad esempio, è stato riproposto da altri fotografi, registi, pittori, portando però al centro dell’attenzione esclusivamente corpi nudi e nessuna forma di comunicazione visiva, pura volgarità che in questo caso sì, che diviene degradante per la donna.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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