Diari Immaginari – Gerda Taro, prima reporter di guerra a morire sul fronte

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Gerda Taro.

Partigiane fotografate da Gerda Taro

Ci siamo salutati. “A Parigi, tra 10 anni”. Prendendo la tua testa tra le mie mani, ho fotografato il tuo volto con un mio sguardo. Lo rivedrò quando sarai ancora tu, ma diverso. Le rughe intorno agli occhi avranno scavato maggiormente la pelle, come tagli lasciati dalla lama affilata del Tempo. Ci consuma, ci segna, ci cancella, non solo nelle membra. Il Tempo prende i ricordi, li sminuzza, li confonde, li dissolve. Ma possiamo sottrarci a tutto ciò, confidare nella memoria incorruttibile delle immagini. Possiamo fotografare, e raccontare la Storia in un modo nuovo. Una storia di istanti fissati per sempre, di persone vive davanti all’obiettivo, una storia che non ha paura della brutalità del reale, che non cerca di interpretarla attraverso ideologie o di edulcorarla omettendo i dettagli più cruenti. Nelle mie foto ci sono le miserie quotidiane della guerra, polvere, rovine, corpi mutilati. Ma anche bambini che giocano tra macerie, giovani partigiane sorridenti, soldati pieni di vigore, bellezza e gioventù.

La prima volta che ho preso in mano la macchina fotografica ero con te. Mi sono emozionata nel pensare che con un semplice scatto avrei fermato l’immagine che era davanti ai miei occhi. Ma non ci siamo mai accontentati delle immagini. Impetuosi, coraggiosi, abbiamo cercato i fatti, nascondendoci in fosse mentre fuori la guerra esplodeva, facendoci ospitare da contadini, sempre insieme,  io e te, e le nostre macchine fotografiche. Come ci riparavamo nei fossati per non farci vedere ai nemici, così ci siamo celati dietro al nome di Robert Capa, un americano misterioso, un uomo libero e in grado di attraversare le barricate con il proprio obiettivo. Presenti ma non protagonisti, abbiamo affidato ai nostri occhi ed alle nostre foto il difficile compito di testimoniare. E saranno proprio le foto a raccontare gli eventi, quando la voce si fermerà in gola per l’orrore, quando la memoria vorrà cancellare quegli incubi ad occhi aperti.

Gerda Taro e André Friedmann (futuro Robert Capa)

Documentare per non dimenticare, spostandoci con gli eserciti lì dove la guerra vuole, gettandoci lì dove c’è più morte che ossigeno, rischiare tutto per lasciare un monito.

Ed io non ti dimenticherò mai, Endre. Imprimo il tuo sguardo nei miei ricordi e appoggio la tua immagine nella camera oscura della memoria.

Gerda Taro Pohorylle (Stoccarda, 1° agosto 1910 – Brunete, 26 luglio 1937) è stata una reporter di guerra.  Originaria di una famiglia della buona borghesia ebraica, ebbe una formazione laica e progressista. Sebbene non si iscrisse mai al Partito Comunista, il suo chiaro orientamento a sinistra e la sua indole ribelle le costarono un arresto nel 1933, anno dell’ascesa di Hitler alla carica di cancelliere. In seguito al rilascio, si trasferì per un periodo in Italia e poi a Parigi. Qui conobbe un giovane fotografo ungherese, Endre Friedmann, con il quale iniziò una storia di amore libero e passionale. Affascinati e pieni di vita, i due condivisero la passione per la fotografia e grazie ad Endre Gerda ottenne un impiego fisso all’agenzia anglocontinentale “Alliance” dove perfezionò la tecnica della stampa fotografica e imparò a conoscere il mercato del fotogiornalismo. Ambiziosi e di talento, decisero di creare un personaggio immaginario, il fotografo americano Robert Capa, con il quale pseudonimo firmarono entrambi le loro foto. Dopo l’insurrezione franchista, si trasferirono in Spagna per documentare la guerra. Sebbene profondamente innamorati, non si sposarono mai: Gerda dirà di voler «rimanere un essere libero. La sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie».

Una miliziana repubblicana mentre si addestra sulla spiaggia di Barcellona

Nel 1937 Endre dovette rientrare a Parigi per cercare finanziatori per un viaggio in Cina. Promisero di ritrovarsi in Francia 10 anni dopo, ma non si rividero mai più. Gerda si recò sola a Brunete per documentare la battaglia che vide opporsi le armate franchiste all’esercito repubblicano. Dopo aver passato giornate nascosta in un buco a fotografare gli eventi della battaglia, bisognosa di nuovi rullini, trovò un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti. Durante il tragitto, aerei tedeschi attaccarono il convoglio. Un carro armato “amico” perse il controllo e investì l’auto a cui era attaccata Gerda che cadde rimanendo schiacciata sotto i cingoli. Sopravvisse al colpo, e “reggendo con le mani le proprie viscere” fu trasportata in un ospedale militare, dove si spense all’alba del 26 luglio. Gerda Taro fu la prima reporter di guerra a morire sul fronte. Endre, che intanto aveva assunto definitivamente lo pseudonimo di Robert Capa, fu distrutto dalla notizia della morte della donna della sua vita. Gerda Taro fu sepolta nel cimitero di Père Lachaise, ma la sua tomba fu violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria esercitò sulla Resistenza francese. Rimasta per decenni nell’ombra di Robert Capa, a partire dagli anni ’90 la storia ha riconosciuto il suo ruolo di coraggiosa fotografa militante, la cui esigenza di verità documentaria la portò fino all’estremo sacrificio.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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