26 ottobre 1954: Trieste la multiculturale torna italiana

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26 ottobre 1954: Trieste la multiculturale torna italiana

Il 26 ottobre 1954 Trieste torna ad essere una città italiana. Posizionata in una zona politicamente ostile, cioè confinante con la Slovenia, la città fu per buona parte del secolo scorso oggetto di contesa tra l’Italia e la Jugoslavia. Un passo importante ci fu 1920, quando, con la firma del Trattato di Rapallo da parte di Giovanni Giolitti, Trieste passò all’Italia. Tuttavia, questo equilibrio fu messo in discussione a partire dall’8 settembre 1943: da quel giorno in cui fu divulgato l’armistizio, fino all’immediato dopoguerra, Trieste fu occupata dalle truppe di Adolf Hitler. Questo evento fu drammatico per la città: centinaia di triestini si unirono ai partigiani sloveni, allora operanti proprio in Friuli Venezia Giulia, per combattere contro gli occupanti nazisti. La repressione dei tedesca fu brutale: memorabile è l’episodio dei 71 italiani fucilati per rappresaglia. Inoltre, gli stessi occupanti, adibirono la Risiera di San Sabba, edificio costruito in origine per la pilatura del riso, a campo di detenzione a partire dall’ottobre 1943. Inoltre, l’essiccatoio della risiera fu trasformato in un forno crematorio. Fu l’unico campo di concentramento presente in Italia.

Tuttavia il dominio nazista finì nel maggio 1945, quando il mondo si apprestava a vedere la fine di quel sanguinoso conflitto: in Europa le potenze dell’Asse erano state sconfitte, dal momento che sia Hitler che Mussolini erano morti. Nello stesso momento, il maresciallo Josip Broz, meglio conosciuto come Tito, arrivò con le sue brigate partigiane a Trieste. Neanche ora la città trovò pace. Tito, infatti, si servì delle foibe al fine di sbarazzarsi dei suoi oppositori politici, fascisti o collaborazionisti.

Solo nel 1947, in seguito al Trattato di Parigi, Trieste divenne una città-stato indipendente. Fu divisa in due zone: una zona A, che comprendeva appunto Trieste, amministrata dagli anglo-americani, e una zona B, dove gli jugoslavi controllavano la costa istriana. Finalmente, nel 1954, col Memorandum d’intesa di Londra, l’amministrazione della zona A passava dagli anglo-americani agli italiani. Trieste era finalmente tornata ad essere una città italiana.

Il capoluogo giuliano è un luogo meraviglioso, dove purtroppo il binomio culturale, di per sé preziosissima ricchezza, lì presente risentì degli echi della politica del tempo. Curioso è invece l’esempio di Aron Hector Schmitz, che scelse lo pseudonimo Italo Svevo, proprio per sottolineare questa convivenza tra due culture, che lui non vide mai con ostilità.

Passeggiare per le vie di Trieste è un’esperienza unica. Si possono incontrare le statue di Svevo, Saba e Joyce, che proprio in questa città conobbe l’autore de La coscienza di Zeno. Una città che non può che esercitare un indescrivibile fascino sui visitatori per la sua storia così travagliata, per il grandissimo spessore culturale che possiede e per la bellezza dei suoi vicoli e delle sue piazze. Sicuramente è un vanto poterla annoverare tra le città italiane. Ma forse il fascino più grande di Trieste va ricercato proprio nella sua storia. Una città che ha dovuto fare i conti con un multiculturalismo purtroppo mai pacifico, che però, da circa sessant’anni a questa parte, ha di nuovo la forza di potersi sentire parte d’Italia.

Chiudiamo con questa bellissima poesia di Umberto Saba, Trieste, dal momento che nessuno può descrivere la bellezza della città meglio di lui:

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Francesco Dalla Casa per MIfacciodiCultura

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