Uomini che uccidono le donne e un comun denominatore: non è colpa mia

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Uomini che uccidono le donne e un comun denominatore: non è colpa mia

Non è colpa miaIl termine femminicidio è ormai entrato prepotentemente nell’attualità. Nei fatti di cronaca si utilizza questo termine pressoché ogni giorno, ponendo un grosso interrogativo sulle attuali conquiste delle donne. Ma cosa passa nella mente e nel cuore degli uomini che decidono di uccidere le loro donne? Un libro prova ad analizzare tutto ciò. Non è colpa mia. Voci di uomini che hanno ucciso le donne (edito da Morlacchi) è il frutto del lavoro della giornalista Vanna Ugolini e della psicologa Lucia Magionami ed è una potente analisi nella psiche e nell’animo di uomini apparentemente normali che decidono di diventare assassini uccidendo le donne che amavano.

Il volume è diviso in due parti, la prima parte raccoglie le interviste fatte a tre uomini colpevoli di aver ucciso le loro compagne alternate alle riflessioni personali dell’intervistatrice. Nella seconda parte invece, prende la parola la dottoressa Magionami, che fornisce una chiave di lettura alle interviste, portando gli studi e le ricerche più attuali che analizzano il fenomeno.

Tra le pagine del libro, incontriamo Luca, Giacomo e Luigi, uomini normalissimi, non dei mostri, eppure assassini. Ugolini racconta le loro storie e la loro trasformazione, cercando di capire cosa può scatenarsi nel profondo degli uomini, cosa li spinge a mettere le mani al collo dell’amore della propria vita: cosa passa nella loro mente in quei pochi istanti che precedono il delitto?

Non è colpa miaTante parole, tanta volontà di giustificarsi, un comun denominatore: non è colpa mia. Lo dicono tutti e tre, in termini diversi, ma la sostanza è sempre quella. Ad un certo punto, ci si interroga sull’effettivo valore del carcere, se davvero può servire a punire degli individui che nonostante la condanna, non si riconoscono colpevoli e responsabili fino in fondo.

Perché un uomo picchia, stupra, uccide? Le due autrici concordano nel dire che non è frutto di una pulsione momentanea, non è uno scoppio di ira improvviso, ma è qualcosa che va analizzato più nel profondo ed è radicato nella mentalità degli assassini ma anche della società stessa.

Magionami spiega che la violenza di genere è sempre il punto culminante di una escalation di comportamenti vessatori e persecutori che l’individuo sceglie di portare avanti anziché frenarli. Appellarsi al raptus, alla malattia mentale, è un’aberrazione, ovviamente esistono malati mentali che possono compiere tali azioni, ma persone sane che scelgono di compiere atti violenti, fino all’omicidio, non hanno alcun nesso con la malattia mentale.

Non ci sono raptus ne scatti d’ira: il percorso verso il femminicidio è più lungo, lastricato di silenzi, di prigioni culturali, di diversi modi di intendere la vita, dell’incapacità di dare un nome ai sentimenti, alle situazioni e quindi di riconoscerle.

Non è colpa mia
Barbara KrugerUntitled – We have received orders not to move, 1982

Oltre 100 donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quegli stessi uomini che dicono di amarle a tal punto da voler esercitare il proprio potere e mantenerlo sulla persona, nonostante questa si ribelli. Se ami una persona, devi anche accettare il fatto che potrai perderla, amare non è costringere ma vivere liberamente. Ci sono tanti modi per chiudere una relazione, la violenza è una scelta, una scelta che non andrebbe mai fatta.

Non parliamo quindi di raptus, ma di una scelta precisa, una scelta che secondo i dati Istat ha una media una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni, in Italia sono state uccise 1740 donne, di cui 1271, ossia oltre il 70%, vittime di un proprio famigliare o compagno, per non parlare dell’altissimo numero di donne vittime di stalking e abusi di ogni tipo.

Non è colpa mia è una frase che non può esistere parlando di femminicidio. Ugolini racconta che quando arrivò a conclusione delle interviste «ho trattenuto il vomito a stento al momento di stringergli la mano per salutarli. Erano le stesse mani che si macchiavano di sangue mentre sparavano».

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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