Loro di Roma – Meleagro: eroe tra gli eroi

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Loro di Roma – Meleagro: eroe tra gli eroi

Ella dunque, stirpe divina, l’Urlatrice, irata, gli mandò contro un feroce cinghiale selvaggio, zanna candida, che prese a conciar male la vigna d’Oineo; molti alberi alti stendeva a terra, rovesci, con le radici e con la gloria dei frutti. L’uccise Meleagro, il figliuolo d’Oineo, chiamando cacciatori da molte città e cani, ché vinto non l’avrebbe con pochi mortali, tant’era enorme, e gettò molti sulle pire odiose.

Omero, Iliade, libro IX

Il mito

Musei Vaticani

Meleagro era figlio del mitico Eneo, signore di Calidone, e di Altea, sorella di Leda. Un’estate Eneo offese terribilmente Diana: mentre faceva delle offerte agli dei, si dimenticò della dea protettrice della regione. Particolarmente adirata, questa subito meditò vendetta: inviò un enorme cinghiale a devastare tutti i possedimenti reali. Fu così che Meleagro si dovette organizzare per porre fine alle devastazioni, chiamando a raccolta alcuni fidati compagni per fermare e uccidere il terribile animale. La prima a colpire il cinghiale fu Atalanta, la vergine cacciatrice amata dal giovane, che le offrì come ricompensa la pelle e la testa dell’animale. Gli altri cacciatori, sdegnati perché il trofeo era stato dato ad una donna, subito provarono a sottrarglielo con la violenza. Meleagro corse in soccorso della ragazza e nel violento scontro uccise i suoi stessi zii, Plessippo e Tosseo, fratelli della madre Altea. Fu questo l’evento che segnò la fine di Meleagro. Il giorno della nascita del giovane infatti, le Tre Parche avevano predetto che la sua vita non sarebbe durata più a lungo del tizzone che bruciava in quel momento nel focolare. Il tizzone fu sempre caramente custodito da Altea, ma quando udì della morte dei fratelli, lo gettò di nuovo nelle fiamme: fu così che Meleagro perì a poco a poco fino a morire.

Meleagro nell’arte

Nel mondo antico, Meleagro fu spesso rappresentato insieme all’enorme testa del cinghiale che sapientemente uccise, come per esempio nella raffinata scultura datata al II secolo d.C. (copia romana di originale greco), custodita nei Musei Vaticani. Il mito fu poi rappresentato nel mondo antico anche abbinandolo al contesto funerario: appare per esempio nei rilievi a decorazione di sarcofagi come nell’esempio conservato ai Musei Capitolini. Nel 1561 invece Paolo Veronese nel suo Meleagro e Atalanta, si concentrò sul momento più romantico del mito, quando cioè Meleagro donò il trofeo alla sua amata. Non si tratta però di una tela, ma della decorazione per la spalliera di un mobile. Stesso soggetto anche per Jacob Jordaens nel 1617: nel suo Meleagro e Atalanta si vede chiaramente l’influenza che ebbe l’opera analoga realizzata poco prima da Rubens. La ricchezza e la teatralità barocca diventano i veri protagonisti delle opere del Seicento. L’artista che però forse più si dedicò alla rappresentazione del mito fu Charles Le Brun che a fine ‘600 realizzò un’intera serie relativa al tema di Meleagro: ben otto tele l’ultima della quale rappresenta La Morte del Meleagro.

Il significato del mito

Rubens

Il racconto delle vicende di Meleagro fornisce una chiara e lampante spiegazione sull’importanza che la forza del destino ha sull’uomo mortale. Il giovane infatti, seppure eroe tra gli eroi, ha un destino segnato: il suo essere quindi vicino all’essenza divina, non lo esimerà dal morire. È questo infatti ciò che rendeva così diversi gli uomini dagli dei: compartecipi spesso nelle vicende narrate, ma assai lontani e contrapposti nel loro destino finale.

L’Asino d’Oro – Associazione Culturale per MIfacciodiCultura

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