Di paura il cor compunto – La torre delle paure di Sylvia Plath

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Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) è la protagonista dell’odierna puntata della nostra rubrica sulla paura in letteratura. Questa scrittrice statunitense è celebre per la profondità introspettiva dei suoi scritti, in cui dipinge un universo interiore tormentato e colmo di presenze sinistre. In questo universo, la paura è un’emozione spesso presente, declinata nella forma di un’angoscia opprimente.

Un esempio particolarmente efficace è costituito dalla poesia Pursuit, che – come emerge dal titolo – racconta di un inseguimento, e, in senso traslato, di un pensiero ossessivo che tormenta l’autrice. La poesia si apre con una citazione in francese da Phèdre (Fedra), tragedia di Jean Racine, drammaturgo francese del periodo barocco:

Dans le fond des forêts votre image me suit.

La vostra immagine mi segue fin nel cuore della foresta.

Fin da subito, dunque, troviamo di fronte a noi un’immagine ossessionante, che, nel primo verso del testo della Plath, si concretizza nell’aspetto funesto di una pantera:

There is a panther stalks me down:
One day I’ll have my death of him.

C’è una pantera che mi insegue:
un giorno, mi porterà alla morte.

Plath

Plath descrive la pantera come un mostro insaziabile insatiate»), caratterizzato dall’aviditàgreed») che la sospinge inesorabilmente verso l’inerme protagonista. La poetessa descrive scene cruente in cui questo gatto selvaggio («fierce cat») è protagonista, e inferisce ferite con artigli e denti. La stessa pelliccia della bestia è definita come furiosa, con una splendida espressione allitterante: «singeing fury of his fur», ovvero «la furia scottante del suo pelo».

Cosa o chi rappresenta la pantera? Certamente, l’animale può essere interpretato come una metafora dei disagi interiori della protagonista, che prendono forma ferina ricordando l’illustre antecedente dell’Inferno dantesco, visto nella prima puntata della nostra rubrica. L’inferno della poetessa è nella sua mente, e la coglie soprattutto durante i sogni, quando la pantera si cela dietro i suoi stessi occhi:

in dreams’ ambush
Bright those claws that mar the flesh
And hungry, hungry, those taut thighs.

nell’imboscata dei sogni
i luminosi artigli che lacerano la carne
e affamate, affamate, quelle cosce tese.

Dunque, genericamente, tutto ciò potrebbe rappresentare un’incubo ricorrente, se non addirittura la forma depressiva di cui soffriva la scrittrice. Tuttavia, ella si riferisce alla pantera con il pronome maschile «he»: questo rimando potrebbe dunque identificare qualcuno. Un uomo. Nella fattispecie, un uomo che la ossessiona e la insegue, nei suoi pensieri o forse anche nella realtà. Infatti, la figura della pantera è stata interpretata come un rimando alla personalità di Ted Hughes, poeta inglese con cui la Plath ebbe una storia d’amore intensa e, tuttavia, infelice. Non a caso, in questa poesia parla di lacrime e sangue: «Crying: blood, let blood be spilt», «Piangendo: sangue, che il sangue sia versato».

La protagonista cerca di fermare la belva gettandole il suo cuore, per spegnere la sua sete di sangue. Alla pantera, però, il cuore non basta: «He eats, and still his need seeks food, / Compels a total sacrifice», «Lui lo divora, eppure ha ancora bisogno di cibo, richiede un sacrificio totale». È ormai chiaro: l’animale vuole la morte della donna. Lei vede dunque nella pantera un essere implacabile, che la bracca e a cui non può sfuggire, poiché è venuto con lo scopo di ucciderla.

PlathL’unica soluzione è scappare, e nascondersi in un posto sicuro. La protagonista trova un rifugio, che però non si rivela davvero inespugnabile: si tratta infatti della «torre delle sue paure» («the tower of my fears»), in cui entra e di cui blocca tutte le porte, intrappolandosi da sola. Il risultato è che all’interno di questa torre l’inquietudine continua a pervaderla, e ad aumentare. L’angoscioso crescendo è riassunto in questo stupendo verso sulla fisiologia della paura: «Blood quickens, gonging in my ears», «Il sangue accelera, e pulsa nelle mie orecchie». Di nuovo, ritorna il sangue a caratterizzare l’atmosfera orrorifica dell’incubo: prima, versato durante il sacrificio voluto dal mostro; ora, pulsante nelle tempie in una sconvolgente vertigine mentale.

Siamo ormai al culmine dell’espressione del tormento. Eppure, c’è ancora spazio per un breve distico finale, una vera e propria eco epigrafica del pensiero persecutorio subìto dalla protagonista:

The panther’s tread is on the stairs,
Coming up and up the stairs.

Il passo della pantera è sulle scale,
sale, sale sulle scale.

Ebbene, alla fine di questa poesia, dopo aver vissuto un tremendo incubo, non c’è ritorno alla realtà: la paura si eterna, portandoci a pensare che questo spaventoso mondo onirico costituisca l’unica realtà concepibile dalla protagonista.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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