All’asta il “Salvator Mundi”, l’ultimo Leonardo in mani private

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All’asta il Salvator Mundi, l’ultimo Leonardo in mani private

Leonardo da Vinci, Salvator Mundi prima della pulitura

Quattro tappe attendono il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci prima dell’asta da Christie’s, in programma il 15 novembre prossimo: un tour condurrà l’opera a Hong Kong, San Francisco, Londra e New York nell’intento di intercettare i facoltosi art investor asiatici e americani.

100 milioni di dollari è la base d’asta per la tela attribuita solo recentemente al genio toscano e che ha una storia degna dei migliori romanzi gialli. Realizzata probabilmente tra il 1506 e il 1513 per Luigi XII di Francia, scomparve per un secolo per poi riapparire nella collezione di re Carlo I d’Inghilterra e, successivamente, di suo figlio Carlo II. Nel 1763 fu messa all’asta da Charles Herbert Sheffield prima di sparire per 140 anni ed essere riacquistata nel 1900 da Sir Charles Robinson come opera dell’allievo di Leonardo, Bernardino Luini. Il dipinto venne nel tempo alterato con una serie di ridipinture e in seguito non se ne seppe più nulla fino al 1958, quando fu venduto a un’asta londinese per 45 sterline. Dopo la vendita se ne persero di nuovo le tracce, mentre nel 2005 fu acquistata da una società americana e infine, nel 2013, dall’oligarca russo Dmitry Rybolovlev all’astronomica cifra di 127 milioni di dollari.

Una storia affascinante e piena di buchi temporali che ha indotto diversi studiosi a interrogarsi sull’attribuzione reale o fittizia al maestro rinascimentale. Infatti il capolavoro era stato inizialmente catalogato come un dipinto di scuola milanese, datato intorno al 1500 circa. Solo dopo la rimozione di uno strato di pittura scolorita e della vernice applicata in un precedente restauro, si è potuti risalire alla reale paternità dell’opera, nota fino ad allora grazie ad un’incisione di Wenceslaus Hollar eseguita intorno al 1650.

Jan Van Eyck, Imago Christi, 1440

La peculiarità che fa del Salvatori Mundi un oggetto del desiderio di musei e collezionisti è che risulta essere uno dei circa venti dipinti accertati e arrivati fino a noi di Leonardo da Vinci, e l’unico tra questi in possesso di un privato. Ora è in vendita, nelle mani di Christie’s che prospetta per il 15 novembre l’asta del secolo: quel giorno, il Salvator Mundi dialogherà con Sixty Last Suppers di Andy Warhol nel tentativo di avvicinare, mediante una hybrid sale, la nostra storia antica a quella più recente. Un Salvator Mundi che, per i toni foschi, rimanda molto alla Gioconda e a La Vergine delle rocce, ma che si discosta dalla tradizionale immagine di Cristo benedicente: sembra più un Cristo stregone, esoterico, lontano dalla serenità dell’Imago Christi di van Eyck o dal pathos di Guido Reni.

Ma l’interrogativo che viene da porsi è se un Leonardo possa andare all’asta come una qualsiasi opera contemporanea.

Guido Reni, Cristo coronato di spine

Sicuramente fa un certo effetto vedere un dipinto del Rinascimento battuto all’asta, ma non si tratta di un’eccezione. L’arte, da sempre, è legata al mercato: più un’opera è antica più il suo valore e il rispettivo guadagno risultano elevati. Sarebbe un peccato se un capolavoro del grande Leonardo restasse chiuso in cassaforte o andasse ad abbellire il salotto di qualche madama dei nostri giorni. Dopotutto sarebbe impensabile anche non dare un prezzo a un’opera: lo stesso Leonardo (in realtà è ciò che fanno tutti gli artisti) realizzava dipinti per vivere, li vendeva ai grandi personaggi dell’epoca, a chi sapeva apprezzare la sua genialità, senza fare distinzioni di nazionalità.

Stiamo parlando di una tela che potrebbe arricchire uno dei maggiori musei italiani, ma il pericolo è che nemmeno in questo caso l’Italia abbia le potenzialità economiche per recuperare un dipinto del suo più acclamato conterraneo. La speranza è che l’asta non si trasformi in una mera corsa all’oro, ma che diventi l’unico veicolo per far sì che un bene di tali proporzioni torni alla fruibilità collettiva.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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