#1W1W – Identità-radice o identità-relazione? L’eterna lotta tra l’io e l’altro

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#1W1W – Identità-radice o identità-relazione? L’eterna lotta tra l’io e l’altro

identitàQualche settimana fa nella rubrica One word one week, una parola a settimana, ci siamo occupati del concetto di cultura a cui è strettamente correlato la parola di questa settimana, identità. La parola identità deriva dal latino identitas- atis, e, seguendo il ragionamento filosofico, è da intendersi come quel qualcosa che rende un’essere o un’entità definibile e riconoscibile perché in possesso di qualità che lo distinguono dagli altri. Intervallano della sua radice, però, compare l’etimologia da idem (stesso, medesimo) che rende il termine identità come una base di riconoscimento tra individui simili.

È davvero impressionante la potenza di questa parola che allo stesso tempo mostra valenza di apertura e chiusura, e, parallelamente, di singolo e di collettività. Quando si parla di identità infatti si parla automaticamente di alterità perché, per la definizione riportata, l’essere non può esistere se non confrontato con un’entità diversa da se stesso (apertura). Tuttavia nel corso dei secoli, il concetto di identità è sempre stato utilizzato, o meglio sfruttato, nella valenza autoreferenziale (chiusura) per sottolineare le differenze tra un noi collettivo identificabile in un paradigma precostituito e un loro, diverso, così da creare sulle diversità la base per presunte egemonie e superiorità. Non sono lontani neanche dai nostri giorni fatti di cronaca, discorsi di politici e conversazioni con vicini di casa in cui la cultura e l’identità dei singoli o di un popolo vengano delineati in maniera oppositiva a un’alterità che minaccia e che spaventa.

identitàGià nella prima tradizione filosofica occidentale Eraclito di Efeso si è confrontato con la necessità di pensare il sé con l’altro e l’altro con il sé. Ma la tematica dell’identità è sempre rimasta un punto focale della speculazione filosofica. Infatti ancora nel XVIII secolo Hegel rifletteva su come l’essere si possa esprimere solo in movimento dialettico, come relazionalità, tra sé e altro da sé. Sulla scia di questo ragionamento, quindi, ogni pretesa di egemonia e autonomia diventa un errore gnoseologico ed etico. La natura dell’uomo – e con essa l’identità – non è data a priori, non è qualcosa di statico bensì esiste nello scambio di esperienze  e nella condivisione. L’identità è qualcosa in continuo divenire, quindi è un processo piuttosto che un punto di arrivo. Questa relatività, tuttavia, non deve essere confusa – come già si diceva a proposito di cultura – con un rifiuto della propria origine, ma intendere quest’ultima come punto di partenza, come quel bagaglio di valori, certezze e conoscenze che l’individuo porta con sé e mette in circolazione.

Molto profonde e significative sono le riflessioni di Eduard Glissant quando si approccia al tema dell’identità. Egli usa il termine creolizzazione per parlare delle identità del mondo post coloniale: in linguistica le lingue creole sono parlate “meticce”, nate dall’unione di suoni, dialetti ed espressioni differenti. Proprio questa tendenza alla creatività e alla contaminazione è ripresa da Glissant nel suo ragionamento riguardante le identità degli uomini. Una delle grandi scommesse della nostra epoca, parafrasando le parole di Glissant, è quella di uscire dalla concezione dell’identità-radice e di accogliere piuttosto quella di identità-relazione. Nel primo caso si tratta di una concezione che crea una barriera, basata su miti di purezza e di egemonia. La storia insegna che le identità nazionali, definite da tratti e caratteristiche che solo gli appartenenti ad un certo Stato dovevano avere, non ha mai accettato concorrenti e non ha mai teso la mano a possibilità altre. Nel secondo caso, invece, è una concezione che crea un ponte e che rispetta e rispecchia la continua trasformazione del mondo e degli uomini. In altre parole pensare l’identità in quanto relazione si ricollega al passaggio da una società statica a una liquida; trasformazione acutamente individuata dal sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman.

Eduard Glissant

Una seconda scommessa della nostra epoca può essere individuata nell’educazione alla valorizzazione, da parte della società, dell’identità-relazione. In fin dei conti una delle cause della chiusura delle identità collettive potrebbe essere riconosciuta appunto nell’individuale necessità di affermazione del singolo: noi non siamo fiori tutti uguali che emanano il loro profumo senza curarsi di chi lo percepirà. Il bisogno di riconoscimento della propria identità e individualità, oggi delineata ad esempio dal numero di like o followers, in una società che non è più in grado di valorizzare e apprezzare i singoli talenti non è forse una frustrata estremizzazione di quell’identità-radice/identità-chiusura che mostra all’esterno della rete un fiore fintamente costruito per distinguersi dalla massa e sentirsi importanti ma che in realtà si nasconde sempre più in una profonda e chiusa solitudine? È solo nella relazione che avviene il vero riconoscimento di sé ed è solo nel confronto con gli altri che nasce e si sviluppa la vera crescita e il senso di appartenenza a cui, in fondo, ogni uomo anela.

Lisa di Iasio per MIfacciodiCultura

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