“120 battiti al minuto”: perché in Italia il tabù vince sempre?

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120 battiti al minuto: perché in Italia il tabù vince sempre?

Robin Campillo

120 battiti al minuto è un film importante, che ha lo stesso numero di beats della musica pop tanto amata dalla Generazione X. Battiti che scandiscono il passaggio di un’epidemia invisibile. 120 battiti al minuto racconta la storia del collettivo Act Up-Paris, che decide di abbattere un grande tabù nella Francia degli anni Novanta. Il virus HIV miete vittime da più di dieci anni nell’indifferenza generale e la società è convinta che il virus sia un marchio degli omosessuali e dei drogati, i quali vengono additati come veri e propri untori. C’è molta disinformazione sulla malattia stessa, persino sulle modalità del contagio. Gli attivisti compiono gesti spiazzanti, denunciano le lobby farmaceutiche e il silenzio delle istituzioni,l si impongono davanti all’opinione pubblica. In questo quadro avviene l’incontro tra Sean (Nahuel Pérez Biscayart) e Nathan (Arnaud Valois). Sean è un veterano di Act Up, vitale e determinato. E sieropositivo. Nathan è un nuovo membro del collettivo, più introverso ma curioso. Nonostante i diversi caratteri ed esperienze, tra i due nasce un amore sempre più appassionato che condurrà i due ragazzi alla piena maturità e consapevolezza di se stessi.

Il regista franco-marocchino Robin Campillo, così come il co-sceneggiatore Philippe Mangeot, ha militato nel gruppo Act Up. Ma 120 battiti al minuto è al di là della nostalgia: è un racconto universale e, in quanto tale, merita tutta la visibilità di cui ancora non ha goduto.

Nel film è implicita la tristezza della perdita di persone che ammiravamo, che amavamo e con cui abbiamo passato tanti bei momenti. Ma io penso anche di più a quelli di noi che sono sopravvissuti e a quelli che ancora oggi combattono con la malattia.

Robin Campillo

Una manifestazione dell’Act UP-Paris

Il film ha conquistato il Festival di Cannes, dove è stato presentato, vincendo il Grand Prix. La Francia lo ha già candidato agli Oscar 2018 come Miglior film straniero. La storia di Act Up-Paris è stato un successo in tutta Europa. Ovunque, tranne in Italia. La casa di distribuzione Teodora Film ha scagliato tweet contro i “colpevoli” del flop, compresa la comunità LGBT. Probabilmente, Teodora sperava che il già esiguo incasso del botteghino sarebbe stato risollevato, almeno in parte, dal sostegno del target di riferimento più ovvio.

Per la comunità LGBT italiana si tratta di un caso distributivo. Il film non solo è stato poco pubblicizzato, ma anche distribuito a macchia di leopardo. Decisamente scarsa anche la promozione via web e social network, ormai imprescindibile per garantire un feedback attivo. Mancanza di fondi? In questi casi forse sarebbe stato intelligente appoggiarsi a delle associazioni che operano nel campo per garantire un distribuzione più capillare e nel caso anche questa soluzione fosse stata adottata, allora qualcosa non è andato secondo i piani. Altrimenti sarebbe impensabile una così bassa affluenza, soprattutto se riguardo a un tema mai così caldo come oggi!

A differenza della pittura, il Cinema è nato come un’industria. È possibile fare soldi con un film senza arte, in Italia lo sappiamo bene. Ma non è possibile fare un film senza soldi, per quanto pieno di arte e buone intenzioni esso sia. Se nessuno guarda un film, allora è come se quella storia non esistesse: purtroppo è questo il lato oscuro della Settima Arte. Appare palese che la fetta di responsabilità più grossa tocchi alla Teodora Film. Ma Aristotele insegna l’arte della misura. Anche la verità, dunque, si trova sempre nel mezzo. Alla fine della fiera, ognuno ha una parte di errori a cui rimediare.

Sean e Nathan

120 battiti al minuti si ricollega a un’altra riflessione fatta dall’intellettuale americana Susan Sontag. Nel pamphlet L’Aids e le sue metafore (1989), la Sontag spiega come ogni epoca abbia sentito l’oscuro bisogno di una malattia che incarnasse ansie, paure, fobie collettive, dei sintomi da identificare con il Male. Nel Seicento è la peste, nell’Ottocento la tubercolosi, poi è la volta della febbre gialla e del cancro. Il paziente diventa il capro espiatorio, colui a cui si attribuisce una colpa segreta, e i malati di Aids si trovano a dover combattere anche l’immagine della malattia, più terribile e difficile da vincere rispetto alla virus stesso. Anche per questo, 120 battiti al minuto è un film più che importante: è necessario!

La paura della sessualità è il nuovo registro dell’universo di paura, sponsorizzato dalla malattia, in cui ognuno vive.

Susan Sontag

Margherita Montali per MifacciodiCultura

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