Arthur Rimbaud: un poeta maledetto, decadente e veggente

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Facendo riferimento alla poesia moderna, che sfocia nel Novecento, non si può non fare riferimento a Baudelaire. Eppure non è stata soltanto merito suo una nuova concezione della poesia: poeti francesi simbolisti hanno svolto un ruolo fondamentale per la trasmissione della poesia moderna, e questi sono suddivisibili in due categorie. I primi sono detti poeti veggenti, i secondi sono detti poeti artisti, che individuiamo nelle figure di Rimbaud da un lato e di Mallarmé e Valéry dall’altro. Concentriamoci su Arthur Rimbaud.

Henri Fantin-Latour, Coin de table (dettaglio), 1872

Nato il 20 ottobre 1854, sin da adolescente mostra la sua indole ribelle e avventurosa, partecipando anche alla Comune di Parigi nel 1870. La sua voglia di evadere dal conformismo borghese che l’aveva circondato e imprigionato dall’infanzia lo portano a intraprendere una serie di viaggi per l’Europa con l’amico poeta Paul Verlaine, cui si lega intimamente. Questa relazione omosessuale torbida e sconnessa procura a Verlaine pesanti conseguenze nel proprio matrimonio e culmina con una ferita da colpo di pistola che Verlaine stesso scaglia contro l’amico amante. Durante la giovinezza Rimbaud vive di espedienti, di lavori occasionali: proprio per questo motivo la sua esistenza rispecchia perfettamente l’esperienza poetica. Brucia le sue energie, brucia il suo talento, brucia le sue possibilità. E soprattutto il suo tempo. Infatti la produzione poetica di Arthur Rimbaud si concentra entro i ventiquattro anni, collocando la maggior parte di essa tra i diciassette e i diciannove anni. Da quando abbandona la scrittura a quando muore di cancro e sifilide, nel 1891, Rimbaud si dedica all’attività mercantile d’armi in Africa.

Rimbaud si fa chiamare poeta veggente per la ricerca poetica che persegue. Facendo spesso utilizzo di droghe e di sostanze allucinogene il poeta apprezza sempre di più sensazioni visionarie e deformanti, e proprio esse lo rendono veggente, facendo sgretolare tutti i suoi sensi. Così la percezione assolutamente distorta della realtà lo porta a varcare i confini dell’ignoto, lo fa inoltrare nell’oscurità andando oltre la dimensione razionale e fenomenica del reale. Ciò si percepisce chiaramente nella Lettera del veggente, manifesto di poetica risalente al 1871, testo dedicato all’amico Paul Demeny.

Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di se stesso, intera. Egli cerca la sua anima, la scruta, la mette alla prova, la impara […] Dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato regolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia. Egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per conservarne solo le quintessenze. Egli arriva all’ignoto e anche se finisse col perdere la comprensione delle sue visioni, le ha viste.

Rimbaud, manoscritto

Oltre la concezione del poeta veggente, in riferimento a Rimbaud non si può non associare l’immagine del poeta decadente, del poeta maledetto che incentra la sua scrittura sull’anima, sull’interiorità e sulla psicologia. Il poeta rivendica esclusivamente per sé libertà e dignità, nonostante al contempo si lamenti della propria solitudine. Ciò che è importante chiarire è questo concetto: Rimbaud utilizza l’arte come mezzo e non come fine. Vuole arrivare all’ignoto cambiando la vita grazie allo sradicamento del linguaggio, grazie alla metafisica che pervade i suoi pensieri. La sua lotta contro la società nasce come lotta contro il linguaggio. Pervaso da sentimenti romantici, Arthur Rimbaud certamente è affascinato dall’idea di Bellezza, ma non si limita ad essa. La poesia anch’essa è mezzo e non finalità, è strumento per arrivare alla vita e migliorarla.

Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia pensiero, e tira.

Un emblematico esempio di tale trasfigurazione del linguaggio e del pensiero è dato dalla composizione Il battello ebbro, che racconta una visione sfrenata in cui il poeta coincide con il battello ebbro che risale la corrente fino a rimanere abbandonato a se stesso, in balia delle forze travolgenti della natura. Arthur Rimbaud in questo modo vive un viaggio personale onirico e allucinante verso mondi esotici che allo stesso tempo gli fanno comprendere la nausea del reale che lo circonda. Eccone un estratto:

Io so che i cieli che scoppiano in lampi, so le trombe, le correnti e i riflussi. Io so la sera e l’Alba che si esalta nel cielo come colombe a stormo. E qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato!

Leonardo Di Caprio nei panni di Rimbaud nel film Poeti Dall’Inferno (1995)

A suo modo Rimbaud voleva rendere la sua vita un capolavoro. Perseverò nei suoi errori, ma lo fece. Era convinto del fatto che ogni essere vivente possedesse “una fatalità di gioia” e che l’azione non coincidesse con la vita bensì con lo snervarsi, con lo sciupare le proprie risorse, che la morale fosse debolezza. Così scrisse tutto quello che poteva. Non vi era differenza tra odio e amore, tra giorno e notte nelle sue parole. Scriveva solo quello che sentiva.

Ma bohème (fantaisie)

Je m’en allais, les poings dans mes poches crevées;
Mon paletot aussi devenait idéal:
J’allais sous le ciel, Muse! et j’étais ton féal;
Oh! là là! que d’amours splendides j’ai rêvées!

Mon unique culotte avait un large trou.
– Petit-Poucet rêveur, j’égrenais dans ma course
Des rimes. Mon auberge était à la Grande-Ourse.
– Mes étoiles au ciel avaient un doux frou-frou

Et je les écoutais, assis au bord des routes,
Ces bons soirs de septembre où je sentais des gouttes
De rosée à mon front, comme un vin de vigueur;

Où, rimant au milieu des ombres fantastiques,
Comme des lyres, je tirais les élastiques
De mes souliers blessés, un pied près de mon coeur!

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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