Cultura: una parola sulla bocca di tutti, nel cuore di pochi

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Cultura: una parola sulla bocca di tutti, nel cuore di pochi

Nel momento storico che stiamo vivendo, sentiamo sempre più spesso dire che la cultura è importante e che deve rifondare – o fondare ex-novo – il mondo. Pensiamo un attimo ai discorsi che quotidianamente ascoltiamo, primi fra tutti quelli dei leader politici che sostengono proprio che ciò di cui ha bisogno il nostro mondo sia la cultura. Ma quanto queste parole nascono da un’attenta riflessione? O meglio ancora: quanto ciò che si sostiene viene poi seguito da azioni reali, mirate a fondare il mondo sulla cultura? Un esempio di discorso politico che ha al centro la cultura è quello che si è tenuto tra la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron in occasione dell’inaugurazione della 69esima edizione della Buchmesse di Francoforte, uno degli eventi più importanti dedicato ai libri, in cui si riuniscono i principali personaggi dell’editoria internazionale. Ciò che è emerso da questo discorso è che la cultura rappresenti uno dei fondamenti dell’amicizia franco-tedesca e che proprio grazie ad essa si possa iniziare a pensare ad una ricostruzione dell’Europa. La cultura – secondo le parole di Macron – viene definita come uno strumento grazie al quale sia possibile costruire ottimi legami sociali grazie ai quali «un bambino ben istruito da una famiglia felice non va da Isis».

È vero, la cultura è necessaria per la costruzione del mondo, così come per la nostra umanità, ma sappiamo davvero di cosa parliamo quando pronunciamo la parola cultura? In quei tanti discorsi su come essa abbia poteri salvifici, non ci si sofferma mai abbastanza su cosa sia davvero: sembra solo che venga ripetuta come fosse un mantra, come se pronunciarla bastasse davvero per raggiungere il risultato sperato, ovvero un mondo migliore. Ma senza azioni non ci sono cambiamenti e senza riflessione non si sono azioni sensate che portano a cambiamenti volti a migliorare. Il nostro mondo necessita di considerazioni ponderate e di un reale amore per la cultura, perché solo in questo modo è possibile sperare – e realizzare – un mondo diverso, un mondo che sia più umano. Ciò che infatti manca al nostro tempo è l’umanità, quell’umanità che ci faccia riconoscere uguali nell’essenza anche se nella forma esteriore siamo diversi. Soffermiamoci un attimo a pensare alle tante vittime della guerra che nel cercare un posto migliore trovano la morte, trovano muri che indicano una proprietà di un mondo che in realtà è nato libero.

Può sembrare che tutte queste parole ci allontanino dal fulcro dell’articolo, su cosa poi sia questa parola che tanto viene abusata nei vari discorsi su come il mondo debba essere fondato, ma in realtà questi discorsi ci avvicinano sempre di più alla cultura. Questa è la continua interrogazione su quanto abbiamo intorno, da cui non si può assolutamente prescindere. È la continua ricerca di risposte che nasce dalla pazienza di chi sa coltivare. Ragionando sull’etimologia del termine, cultura deriva infatti dal verbo latino colĕre che significa proprio coltivare ed indica tutto ciò che un individuo ha acquisito con lo studio e con l’esperienza, tanto cara ai fenomenologi. Ma non si ferma qui: la cultura non rimane a vivere nell’astratto, ma si concretizza in ciò che facciamo e soprattutto in come la facciamo. Ci caratterizza e nel farlo caratterizza il modo in cui percepiamo il mondo e gli altri. Se la cultura – secondo quanto sostengono i leader politici, non a torto – deve rifondare il mondo, non si dovrebbe cominciare a darle il reale spazio che merita? Questo spazio non viene inteso solo come spazio per l’istruzione – che comunque andrebbe sicuramente rivista non con tagli volti alla ricerca della superficialità – ma anche come spazio per il dialogo.

Oggi, per come la intendiamo, la cultura si rivolge ad un’élite, quando in realtà parla a tutti. Siamo meno umani perché dialoghiamo sempre meno e perché sempre più spesso le nostre forze vengono impiegate per accumulare averi, per un tipo di ricchezza che non ha a che fare con quella d’animo, e questo accade perché la nostra cultura sta prendendo la forma di chi utilizza questo termine senza sapere quale sia la sua reale essenza. I discorsi dei leader sono sempre più aulici e per specialisti, ma così facendo si trasmette un valore di cultura estraneo al suo reale ruolo: unire tutti quanti in un’umanità reale. Ciò di cui ha bisogno il nostro mondo è che chi prenda le decisioni sappia davvero cosa sia la cultura e come poterne fare un buon uso per benessere collettivo. Non è un caso che per Platone fosse il filosofo la persona più adatta a governare e perché lui ama il sapere ed è alla ricerca del benessere di tutti, perché l’unica ricchezza che gli preme è quella dell’anima. Il filosofo parla per amore del sapere e della cultura. Ma non c’è bisogno di andare troppo indietro fino a Platone per ritrovare questo pensiero, basti pensare – o meglio cantare – una strofa della canzone del gruppo rap i Club Dogo, Falsi Leader che dice:

Ho fatto un sogno la notte […]
al governo c’erano solo pensatori e filosofi
poi ho aperto gli occhi ed è incominciato un giorno là fuori
nel mio popolo di santi di ladri e di truffatori.

Se la cultura non la si ha nel cuore e nella mente, se non la si vuole trasmettere e soprattutto se non si voglia davvero ricercare quella vera, che unisce e non divide, si perde fiducia, e il mondo senza fiducia è un mondo non umano, e le conseguenze di un mondo non umano le stiamo sperimentando quotidianamente.

Vivere umanamente dev’essere un trarre alla luce il sentire…
un portare il sentire all’intelligenza.

M. Zambrano

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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