Musica come “arte sociale”: pienone alla prima della Scala

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Musica come “arte sociale”: pienone alla prima della Scala

Che cosa potranno mai avere in comune un teatro settecentesco del centro Europa, un vicolo trasandato in un sobborgo di Ditroit, una via trafficata di una città sul delta del Missisipi, o perfino la piazza centrale, in terra battuta di uno sperduto (per noi) villaggio africano? Beh, non c’è altra cosa che possa avvicinarli se non la musica. E potremmo anche continuare all’infinito a elencare le sedi in cui l’uomo ha deciso di dare spazio a suoni di tutti i tipi: la Scala di Milano, punto di riferimento di un certo gusto musicale in Italia, è solo uno dei tanti.

Eppure, come ogni anno, la notizia del pienone al forse più importante teatro d’opera italiano, fa scalpore. C’è ancora qualcuno disposto a pagare anche migliaia di euro per ascoltare opere che esulano ormai dalla concezione di musica a cui ci abituano i mass media odierni: e questo è un fatto. Certo, come anche i più moderati oppositori a qualsivoglia forma di lusso mi ricorderebbero, la prima alla scala può essere tranquillamente vista come l’occasione che la “Milano bene” ha per mostrarsi in tutto il suo splendore di abiti, e per rinnovare una sorta di rito. Non si può infatti nascondere che sicuramente tra i partecipanti ci sarà chi confonderebbe un allarme anti-incendio con una composizione di Debussy, ma già parlare di rito non è cosa da poco. Infatti la musica è nata con il sacro, ed ha assunto la sua condizione di arte privilegiata proprio perché inizialmente la si concepiva come un mezzo per parlare con gli dei; un uso che non appartiene all’ipotetico villaggio africano sopracitato.

Anche in Occidente, infatti, alla base della nostra cultura letteraria (ce lo dimentichiamo sempre purtroppo!) non c’è nessun altro se non un vagabondo armato di cetra che passava di corte in corte a raccontare i miti del popolo greco: l’aedo. Se vogliamo passare alla poesia lirica, ecco che ritroviamo di nuovo l’accompagnamento musicale alla nascita di quest’altro genere. Da ciò si capisce quanto la musica sia diventata l’arte forse più “sociale” di tutte: a chi non verrebbe in mente un concerto come primo pensiero riguardo anche a generi diversissimi come il pop, il rock, e la classica? Gadamer, nel suo saggio Verità e metodo associa al concetto di arte quello di gioco, precisando però che quando si parla di un’opera non si può che considerarla nel contesto pubblico, quindi il giocatore-artista gioca per qualcun altro: lo spettatore. Se noi non diamo importanza al punto di vista di chi ascolta/guarda/legge, non comprendiamo la vera essenza dell’arte. Una strada, un locale, un palco, l’opera, sono tutti luoghi in cui la parete tra l’esecutore e lo spettatore cade più in fretta, e possono essere molto più aperti al pubblico di una mostra o convegno letterario. La portata sociale della musica è quindi immensa, e pure la sua capacità di lasciare un messaggio, di conseguenza.

Abbado dirige la filarmonica di Berlino

Pensiamo ad esempio alla musica dei supermercati: secondo alcuni studi, essa, se mantenuta ad un ritmo lento, ci porterebbe a passare più tempo nel centro commerciale e quindi a spendere di più. Che il messaggio sia “comprate comprate comprate” o “ribellatevi!” nel caso andiate a vedere i Rage Against the Maghine, il concetto di collettività in cui si è immersi mentre ascoltiamo è sempre di primaria importanza per veicolare un certo messaggio. La musica può anche definire il nostro stare insieme anche in contesti differenti da un concerto: pensiamo per esempio a tutte le sottoculture giovanili nate negli anni ’50-’60-’70. Addirittura, per quanto riguarda alcuni autori di musica romantica, forse ispirati dalla corrente filosofica dell’idealismo, lo scopo era far sentire tutti gli spettatori parte di un “tutto” che spesso si identificava con l’idea di nazione. Tornando all’appuntamento del 7 dicembre, al posto che guardare come sono vestite star di bassa lega che prenderanno parte all’avvenimento, chiediamoci perché l’attenzione si sposterà sul teatro alla Scala.

Forse perché è il modo per rendere partecipi tutti del ripetersi di una grande occasione per riscoprire un certo tipo di musica, e per lasciarci trasportare da essa. E se volgiamo pure scomodare il termine “rito” per questo evento, facciamolo con un minimo di cognizione di causa.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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