La magistratura come buona riuscita della forma democratica

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La magistratura come buona riuscita della forma democratica

Magistratura, quell’oggetto chiacchierat0 e difficilmente definibile.

Bisogna garantire la libertà di pensiero dei magistrati sul piano politico. Indubbiamente il diritto di voto che si riconosce ai magistrati e il diritto di eleggibilità che ad essi si assicura, servono in parte a garantire questa libertà di pensiero sul piano politico. Ma è necessaria una limitazione per quanto riguarda l’appartenenza ai partiti politici. Si tratta di un sacrificio, ma il sacrificio è giustificato perché sia garantita la libertà dei cittadini, verso i quali i magistrati, per la loro stessa funzione, hanno obblighi diversi da tutti gli altri. È un sacrificio che ritorna ad incremento della dignità dei magistrati e a maggior garanzia della loro funzione. I magistrati debbono essere non soltanto superiori ad ogni parzialità, ma anche ad ogni sospetto di parzialità. Questa estraneità formale dalla lotta politica conferisce una maggiore dignità alla Magistratura, cosicché il magistrato possa obbedire veramente soltanto all’imperativo della propria coscienza

Indipendenza e potere. Attraverso le parole del famoso Aldo Moro, possiamo ben comprendere l’invito che qualche giorno fa il Capo dello Stato Italiano Sergio Mattarella ha rivolto alle giovani toghe.
La toga, afferma, che non è un mero abito di scena, riveste un ruolo quasi sacrale all’interno del contesto sociale e democratico della nostra realtà. Essa è il simbolo della separazione e dell’oggettività che la Legge deve avere nei confronti di tutti i suoi cittadini: come l’abito talare, essa separa la dimensione personale (composta da difetti, fragilità umana, contingenze ed emozioni) da quella istituzionale (La bouche de la loi di Montesquieu per intenderci).
Ecco quindi che all’abito in stoffa nera s’intrecciano vari significati e valori che in un contesto più generale, tessono l’arazzo della Giustizia. Un valore tanto ambivalente ed effimero, quanto essenziale per i moderni Stati liberali occidentali contraddistinti da paradigmi di democrazia, parlamentarismo e libertà in cui gli stessi concetti di indipendenza e potere diventano passibili di ambiguità.

Quando la politica entra dalla porta la giustizia esce dalla finestra.

Piero Calamandrei

Sergio Mattarella

L’indipendenza di cui parla Moro e che il Capo dello Stato ha più volte sottolineato nel discorso al Quirinale, ha diverse sfaccettature, può essere interpretata in modi diversi e di conseguenza garantita in forme diverse. A cominciare dall’indipendenza intesa come fatto costitutivo della separazione dei poteri, teoria basilare dello stato liberale moderno ideata da Montesquieu, che di fatto agisce come un sistema di controlli incrociati per tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) al fine di limitarne una fisiologica degenerazione dettata dalla reciproca influenza (tirannia). Il principio giunge quindi a regolamentare i rapporti tra diversi attori istituzionali, garantendo tra le altre cose, l’imparzialità della Giustizia e quindi della Legge, sia nei confronti dello Stato che dei suoi cittadini.
Si evince così come la magistratura, e quindi tutti i funzionari preposti al servizio della giustizia, debbano essere indipendenti da ogni forma di influenza politica in-primis e in secondo luogo dall’influenza dell’opinione pubblica. «L’interpretazione della legge − ha aggiunto il Presidente − non può mai esprimere arbitrio» e cioè deve essere super partes, non passibile di un’ interpretazione strettamente correlata ad un aspetto ideologico o a condizionamenti esterni ( mass-media) tali da coinvolgere emotivamente e attenuarne l’imparzialità.

Eppure, troppo spesso la magistratura si è tinta ora di nero, ora di rosso; troppo spesso l’ istituzionalità della carica lasciava il posto alla militanza e viceversa, come se quel drappo nero fosse un vestito qualunque portato con disinvoltura, dimenticando sia il rispetto tra le varie istituzioni garanti dei poteri dello Stato, sia la mutua collaborazione volta ad una gestione perfettibile del Paese.

Ecco allora tutto il peso di un potere che si abbatte sulle spalle della magistratura, corpo in costante e dinamica preparazione tecnica e multidisciplinare, molto spesso tenuto a gestire sfide relative all’evoluzione sociale, assumendo come unica retta via quella dei principi immutabili (costituzionali) da adattare alle relative contingenze: una responsabilità a doppio taglio che già negli anni della Seconda Repubblica aveva reciso il filo di collaborazione con l’allora capo del governo, decretando uno scontro politico-giudiziario degno di nota.

Anche ai giorni nostri la situazione non è delle migliori (basti pensare i numerosi casi di corruzione presente sia tra i banchi dei tribunali) ma bisogna riflettere, proprio come il Capo di Stato Mattarella ha invitato a fare, sul valore della toga, sul compito della magistratura e sul principio cardine della Giustizia sia per una buona riuscita della democrazia che per una giusta rettitudine dello Stato.

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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