Lavinia virgo e Lavinia coniux: personaggio muto o volto della Storia?

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Lavinia virgo e Lavinia coniux: personaggio muto o volto della Storia?

Accepit vocem lacrimis Lavinia matris 
flagrantis perfusa genas, cui plurimus ignem 65
subiecit rubor et calefacta per ora cucurrit. 
Indum sanguineo veluti violaverit ostro 
si quis ebur, aut mixta rubent ubi lilia multa 
alba rosa, talis virgo dabat ore colores. 
Illum turbat amor figitque in virgine vultus;

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I versi sopra citati del XII libro dell’Eneide si inseriscono in un dialogo a più voci, in cui appare una figura immersa nel silenzio: Lavinia, figlia di Latino e Amata, promessa sposa di Turno. Viene affrontato il problema – molto sentito nel mondo greco-romano − dell’ineluttabilità del Destino. Il Fato deve compiersi e, così come Enea si era fatto “eroe nuovo” rinunciando a sé per portare a termine una volontà ben più complessa, anche a Lavinia toccherà la stessa sorte: traghettare verso la Storia il mondo romano. Lavinia sembra quasi essere un tipico personaggio da tragedia, muto. L’unico accorgimento che non la rende una figura piatta e inanimata è il contrasto generato dal rossore del suo volto. Al primo impatto rievocherebbe l’immagine “succube” dell’Elettra eschilea, donna fragile e composta, che flebilmente palesa il suo malessere, la sua rassegnazione. Ma Lavinia è volutamente lasciata nel segno dell’indecifrabilità. In molti hanno cercato di interpretare la sua immagine vista soltanto dal punto di vista di Turno, uno degli interlocutori: «e fissa sulla ragazza gli sguardi». Ma chi si cela dietro quel rossore? È dovuto al turbamento amoroso o alla consapevolezza del proprio destino? Il linguaggio usato sembra accostarsi al registro erotico. Eppure c’è molto altro. In un saggio del professore Crescenzo Formicola [2] si spiega il luogo e la finalità della descrizione di Lavinia e delle parole che la (ri)compongono. Accepit indicherebbe la passività del personaggio che “accoglie” le parole materne, che le “riceve”, e ne rimane ferita. E il violaverit «ripropone il senso dell’aggressività implicitamente presente in accepit, per la passività insita in questo tipo di accoglimento». Per cui rende ancora più intenso il malessere interno di Lavinia contro l’esterno intoccabile. La violenza sta, a detta di Formicola, proprio nella «mutualità di un colore che si confonde con un altro». Il cromatismo è fondamentale, è l’unico dato che indica i passaggi psicologici di Lavinia, pur non potendoli comprendere a fondo. È proprio qui lo scontro tra δέος e αἰδώς, timore e pudore, uno scontro che sarà punto di contatto tra Lavinia e Medea, tra le quali si può azzardare un paragone.

Frederick Sandys, Medea (1868)

Un riferimento va fatto a una scena del IV libro delle Argonautiche: Giasone colpisce a morte Apsirto, fratello di Medea, benché morente possiede ancora la forza per sporcarle la veste bianca con il suo sangue. Il contrasto cromatico che ne deriva, il bianco che si tinge di rosso, la violenza di colori che si mischiano e si sporcano, qui sintetizzano, invece, il contrasto tra ἵμερος e αἰδώς, desiderio amoroso e pudore, e non timore. Lavinia teme per una battaglia imminente, per la morte della madre, che ha esplicitato il suo intento di autosoppressione. Inoltre, nei versi precedenti, nelle parole degli interlocutori viene delineato il suo destino, ma a lei non è dato dire nulla.

Probabilmente Virgilio, com’era solito fra gli antichi, aveva preso spunto – sotto certi aspetti – dalla Medea di Apollonio Rodio: «così nel segreto nel cuore guizzando avvampa / il devastante Eros, e rendeva le tenere guance / pallide prima, e poi rosse, svelando l’angoscia dell’animo» (3, vv. 296-298). La differenza di fondo, però, è proprio in quel contrasto di colori: in Medea “svelano” l’angoscia causata dal desiderio amoroso, ma in Lavinia non c’è spazio per la certezza, è un dato oggettivo che non ha alcun radicamento in un’interpretazione soggettiva.

LaviniaDietro il silenzio di Lavinia, rispetto ai commenti contestabili di studiosi come A. La Penna, riportati dal saggio di Formicola [3], in cui si allude a Lavinia come figura scialba, o l’interpretazione di R. Heinze che la relega a «ruolo informativo», si cela l’immagine di una donna che è già proiettata nel futuro, come Enea. Lavinia non è Antigone, non è Elettra, non è Clitennestra, a detta del professore è più vicina ad Ifigenia, a chi è pronto a sacrificarsi. Lavinia è la Storia, non è il mito. A differenza della madre, restia ai voleri del Fato, ella accetterà il suo destino di matrona romana, e sarà capace di creare da sola la sua figura di donna romana, ircanando perfettamente il mos maiorum: «Lavinia è personaggio che si dà, […] è la proiezione del futuro, […] non appartiene al presente» e prosegue Formicola: «il rossore è il segnale della insopprimibilità della comunicazione, della impossibilità di non far corrispondere ai grovigli interiori una reazione esterna. […] È con Lavinia che la vicenda eneadica esce dal mito per ricomporsi nella concretezza della storia». [4]

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

[1] Eneide, Liber XII: «Accolse Lavinia la voce della madre di lacrime / le gote ardenti invasa; fuoco aggiunse / il rossore e le corse per tutto il viso cocente. / Come indo avorio da sanguigna porpora violato / o bianchi gigli tinti tra molte rose di rosso: / tali colori della vergine esprimeva il volto. / L’amore lo turba e fissa gli sguardi sulla ragazza».

[2] C. Formicola, Virgilio, Etica, Poetica, Politica, Liguori Editore, 2012

[3] C. Formicola, pp.147-148

[4] C. Formicola, pp. 156-159

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