#Irish – Cosmopolitismo, Irlanda e Italia: James Joyce e “A Portrait”

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#Irish -Cosmopolitismo, Irlanda e Italia: James Joyce e A Portrait

James Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882- Zurigo, 13 gennaio 1941) è uno scrittore che non ha bisogno di presentazioni. Ciascuno di noi, chi prima o chi dopo, ha letto Dubliners (1914, “Gente di Dublino”) oppure Ulysses (1922, “Ulisse“). Tuttavia, in questa sede, non intende discutere di tali testi, ma concertrarmi su quello che, a mio giudizio, è il capolavoro di James Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man (1916, “Ritratto dell’artista da giovane”), l’autobiografia dell’autore irlandese. Ho scelto questo romanzo perché spiega bene la situazione di paralisi in cui si trova l’Italia e, per certi versi, anche l’Irlanda odierna. 

James JoyceÈ opportuno iniziare questa disamina dal titolo: perché Joyce, nel redigere la sua autobiografia, ha scelto un titolo distante e imparziale? Perché l’articolo indeterminativo invece che quello determinativo? La risposta è molto semplice: come ben insegna Eliot col suo profondo disprezzo per la sua poesia romantica e il suo coinvolgimento emotivo, l’artista modernista deve essere lontano da qualsiasi investimento psicologico. Da qui la scelta di James Joyce di scrivere di se stesso in modo oggettivo e distaccato. Non “Il ritratto”, ma “Un ritratto”, mentre la traduzione italiana (per la prima volta) opera con strategia azzeccata, omettendo l’articolo e rendendo la vicenda universale.  

Perché cosmopolitismo? Le radici di questo atteggiamento sono da ricercare nella filosofia greco-romana, nello stoicismo, ma soprattutto, in Diogene di Sinope. Egli fu il primo a definirsi cosmopolita (letteralmente “cittadino del mondo”) in quanto non sentiva di appartenere a nessuna patria o a nessuna nazione; la sua casa era il mondo, non la Grecia di Alessandro Magno. Lo stesso atteggiamento è tenuto dall’intellettuale modernista: non esiste un centro di irraggiamento del movimento, ma esso è da riscontrare in tutto l’Occidente, dall’Europa agli Stati Uniti. 

James JoyceL’Irlanda: l’Irlanda di Joyce è tanto rassomigliante all’Italia odierna. Un paese ancora sottomesso all’Inghilterra (fino allo Home Rule del 1921, quando Londra riconobbe l’indipendenza di Dublino), fortemente attaccato alla religiosità cattolica romana e, come  si è visto con William Butler Yeats, l’Irlanda non riusciva a scrollarsi di dosso l’eredità celtica e, conseguentemente, un sentimento nazionalista (non vi viene a mente niente?) Ed è in questo contesto che James Joyce modella quello che per lui deve essere l’artista archetipico: il protagonista del Portrait è Stephen Dedalus, un nome molto indicativo. Stephen è un richiamo a Stefano, il protomartire cristiano (cfr. Atti degli Apostoli 7: 54): l’artista di Joyce deve patire le sofferenze dell’Irlanda dei primi del Novecento (non a caso Stephen è vittima dei bulli della sua classe, il collegio gesuita di Clengowes). Tuttavia, allo stesso tempo, egli è Dedalus, Dedalo, il mitico inventore della mitologia greca. L’artista joyciano si estrinseca attraverso un movimento dialettico: dalla sofferenza si passa alla creazione e, dunque, alla rinascita. Stephen/James è stanco di un paese paralizzato, bigotto e nazionalista ed esprime i suoi sentimenti in una delle frasi più splendide (e tanto attuali) nel testo:

When the soul of a man is born in this country there are nets flung at it to hold it back from flight. You talk to me of nationality, language, religion. I shall try to fly by those nets Quando l’anima di un essere umano è nata in questo paese [l’Irlanda] delle reti gli impediscono la fuga. Mi parli di nazione, lingua e religione. Io fuggirò quelle reti. 

Stephen non è può più: il suo cosmopolitismo gli impedisce di restare nel suo paese. Il martire è diventato il Dedalo e vuole, conseguentemente, creare il suo mondo. L’Italia: il cosmopolitismo antico/modernista è stato tacciato, da un cosiddetto filosofo, come un’operazione da quattro soldi. Il cattolicesimo romano ha ancora una sua forte ascedenza in un paese che dovrebbe essere laico e il nazionalismo becero è di nuovo imperante. I giovani che lasciano l’Italia sono i nuovi martiri/artisti: decidono di fare a meno di tutto per iniziare altrove una nuova esistenza, lontano da un paese che rende la loro vita difficile, invece che incoraggiarli. La religione e la nazione, come per James Joyce, sono le reti. Non cito la lingua perché è ormai una rarità trovare un italiano che conosca almeno le basi del proprio idioma.

L’Irlanda e l’Italia: la prima si sta muovendo con deciso piglio per i diritti civili (il matrimonio egualitario è un diritto costituzionale, sono forti le pressioni per legalizzare l’aborto e le università si stanno battendo per impedire la trasformazione del sistema dell’istruzione superiore in una versione del pessimo sistema dei prestiti inglese). La seconda, mi spiace constatarlo, fa poco e quando fa, fa male. 

Anche io come Joyce odio il mio paese, ma ho sempre la speranza che riesca a scuotersi.

Andrea Di Carlo per MIFaccioDiCultura 

 

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