Diari Immaginari – Rosalind Franklin, la struttura del DNA e il Nobel mancato

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Questa rubrica tenterà di dare delle risposte al silenzio che la storia per tanto tempo ha gettato sulle muse, mogli, amanti di grandi personalità. Tuttavia, per prendere le distanze dalla “Storia dei Manuali”, cercheremo di far rivivere la “Storia delle donne” attraverso la voce delle protagoniste, immaginando e facendo nostra la loro vicenda umana. Ora, aprite il diario, e tra le righe dei pensieri entrate nell’animo di chi ha fatto la storia in silenzio. Oggi tocca a Rosalind Franklin.

Rosalind Franklin

Quel maleducato bifolco di James Watson. È venuto fin qui da Cambridge solo per infastidirmi. A parte il fatto che da scienziato dovrebbe sapere che non si interrompono i colleghi mentre stanno lavorando in laboratorio, e soprattutto, che IO non voglio mai essere interrotta. Stavo lavorando sulla diffrazione a raggi X delle proteine dell’uovo… dovrei tornare in laboratorio ora… no, devo scaricare il nervosismo, sono ancora troppo arrabbiata. Stavo dicendo. Ero concentrata sul mio lavoro, quand’ecco che sento bussare con foga alla porta. Nemmeno il tempo di alzare lo sguardo e dire “Avanti!” che mi ritrovo davanti Watson, quell’americano in giacca e cravatta, che con il sopracciglio alzato ed un’espressione tra l’interesse e la compassione, esordisce: «Una donna così bella non dovrebbe castigarsi in camicioni bianchi. La scienza non aiuta a trovare marito». Certo, gli farebbe comodo che io passassi le giornate a casa a fare le faccende, invece di far temere a lui e ai suoi colleghi di Cambridge che io possa scippargli il Nobel. L’idea di una comunità scientifica compatta e collaborativa è una chimera. In realtà il nostro lavoro è una continua lotta per la supremazia. E per noi donne, una lotta per la sopravvivenza. Basti pensare al mio ruolo qui al King’s College. Solo perché mi sono rifiutata di essere relegata al ruolo di “assistente” di Wilkins, è stata fatta terra bruciata intorno a me. Mi definiscono “femminista” con tono sprezzante, quando in realtà non sono mossa da ideologie, non voglio dimostrare nulla agli altri, ma solo a me stessa. Il femminismo muore ogni volta che una donna pensa di dover dimostrare qualcosa agli uomini. Il mio femminismo non manifesta in piazza, non alza grida di protesta. Perché, se deve essere definito “femminismo” l’essere una donna che crede nelle proprie capacità, che non accetta compromessi perché consapevole della propria competenza, allora io sono femminista. Le mie forme di lotta sono la mia professionalità, la mia passione per la ricerca, la mia fame di conoscenza, il mio rispetto per i colleghi. Rispetto che purtroppo spesso non viene ricambiato. Quante volte sono stata importunata! Mi hanno rimproverato di vestire come una collegiale, di essere un’orgogliosa, un’ambiziosa, un’egoista. Solo perché amo ciò che faccio, solo perché non mi sono mai accontentata.

«Ho saputo che lei ha scoperto qualcosa di interessante. Come sa a Cambridge stiamo studiando anche noi il DNA. Potremmo collaborare». Collaborare come collaboro con Wilkins? Per che cosa? Per farmi “sfruttare” e poi essere messa da parte? Forse questi scienziati sono abituati a tornare a casa e trovare il letto rifatto e la cena pronta senza dover dire grazie a nessuno. Ma io non sono la casalinga della scienza, io non studio per far trovare loro il “piatto pronto”. Il DNA è un’elica e l’ho scoperto io. Ho aspettato trepidante 100 ore di esposizione per ottenere la fotografia che mi ha mostrato la forma a X. È tutto ciò non di certo per collaborare con quel maleducato.

E cosa ha fatto? Ridacchiando davanti al mio silenzio, si è gettato sui documenti e mentre cercavo disperatamente di sottrarglieli, mi ha strappato di mano la foto 51. Ha strabuzzato gli occhi, l’ha poggiata sul tavolo, ha detto «Bene». ed è andato via.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto.” Questa frase l’ho imparata a liceo, ero la più brava a latino. E con questa frase sempre nel cuore, ho considerato l’umanità come un unico organismo e nel mio piccolo ho desiderato dare il mio aiuto. Ma con gli anni mi sono dovuta ricredere. Solo quando sarà normale che una donna diventi una scienziata, o che un uomo voglia badare un po’ ai propri figli, quando i concetti di “maschile” e “femminile” non saranno poi accompagnati ad un sentimento di ostinata estraneità, quando ci si accorgerà che non ha senso competere quando si è parte di una sola umanità, allora davvero si potrà camminare insieme verso il progresso dell’essere umano.

Rosalind  Franklin (Londra, 25 luglio 1920 – 16 luglio 1958) è stata una chimica, fisica e cristallografa britannica. Proveniente da una famiglia ebrea dell’alta borghesia, ebbe fin da piccola la possibilità di studiare in scuole inglesi rinomate, distinguendosi per la sua intelligenza e la sua abilità manuale. Al liceo approfondì lo studio della chimica, della fisica e della matematica, discipline in cui si specializzò al college, entrando a Cambridge con una borsa di studio. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, collaborò per un periodo con la British Coal Utilisation Research Association dove studiò la porosità del carbone, per poi trasferirsi a Parigi per apprendere la tecnica di diffrazione a raggi X per lo studio delle grandi molecole. Tale tecnica le fu utile quando, chiamata dal King’s College, si dedicò allo studio del DNA. Il suo carattere riservato e solitario e la sua tendenza a lavorare da sola crearono attriti tra lei e il direttore del college, Maurice Wilkins. Fu proprio Wilkins a rivelare a James Watson e Francis Crick delle informazioni riservate sulle scoperte scientifiche della Franklin e in particolare il fatto che ne avesse intuito la struttura (grazie ad una foto ottenuta con 100 ore di esposizione di una molecola di DNA, la foto 51). Watson visionò senza autorizzazione la foto, e le intuizioni della Franklin furono fondamentali per l’elaborazione del modello elicoidale di Crick e Watson. Rosalind Franklin morì nel 1958 per tumore alle ovaie, dovuto alla sua continua esposizione ai raggi X. Nel 1962 Watson e Crick vinsero il Nobel per i loro studi sul DNA. Il riconoscimento dovuto non le fu tributato nemmeno dopo la morte e addirittura James Watson nella sua autobiografia pubblicata nel 1968 la definirà la terribile e bisbetica Rosy“.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

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