“Y”: La Generazione dell’eterna incertezza esistenziale ed economica

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“Y”: La Generazione dell’eterna incertezza esistenziale ed economica

Y: vedendo questo grafema, molti penseranno alla lettera dell’alfabeto latino che segue la X e precede la Z. In realtà, essa ha assunto nel corso della Storia diversi connotati semantici in vari campi del sapere, dalla matematica all’economia, dalla psicologia alla sociologia. In quest’ultima è associata spesso al concetto di generazione, definito antropologicamente come segmento sociale collocato in un determinato intervallo temporale. Con Generazione Y si definisce infatti quel gruppo di individui nato a cavallo tra la X e la Z, precisamente tra il 1980 e il 2000. Tale generazione sta diventando sempre più oggetto di studio delle scienze sociali perché i suoi membri stanno raggiungendo o hanno già raggiunto a partire dagli anni Duemila l’età adulta, al punto che alcuni usano anche l’etichetta Millennial. Tale situazione offre la possibilità di un confronto diacronico con chi è nato a cavallo invece tra anni ’60 e ’70 (se non prima), fornendo molti spunti di riflessione.

generazioneInnanzitutto si ha a che fare con una generazione che è nata in piena rivoluzione digitale, dato che l’incessante crescita dell’informatica e di Internet è cominciata proprio a partire dalla metà degli anni ’80. Ciò rende i Millennial la prima compagine dell’umanità a non aver mai visto il mondo senza computer e World Wide Web, influendo notevolmente sul loro atteggiamento verso la realtà e la socialità. Infatti lo stato di iper-connessione in cui tutti i ventenni e trentenni versano costantemente concede molti benefit, come la possibilità di accedere a un quantitativo di informazioni in tempo reale che i loro genitori un tempo si sognavano, ma porta anche a riflessi meno consapevoli.

Uno su tutti, il senso di perenne incertezza: l’information overload, ossia il sovraccarico di informazioni presenti sul Web, oltre che fornire risposte ai problemi continua a generarne di nuovi all’infinito. La Generazione Y così risulta la generazione del “Why portato agli estremi (pronuncia in inglese peraltro della lettera “Y”), non dando alcunché per scontato a differenza degli antenati e diffidando fortemente dalle autorità pubbliche, dai capi aziendali e dai propri genitori.

I giovani e la crisiOvviamente tale fenomeno non ha una portata “solo” epistemologica (con la questione anche delle molteplici fonti di informazione più o meno affidabili), ma anche sociologica: i Millennial sono i primi giovani capaci di quantificare con dati definiti le proprie amicizie e conoscenze a partire dai social network, con una fluidità enorme tra le varie relazioni che abbatte anche i confini tradizionali di genere e di ruolo sociale. Il tutto dunque sempre in un regno di enorme incertezza, spesso accompagnata da ansia e dominio della logica del «Carpe diem», favorita anche dal peculiare contesto economico in cui versa questa generazione. Infatti essa è stata la prima a crescere e maturare in una congiuntura economica di forte recessione e, successivamente, stagnazione: la crisi bancaria internazionale del 2008 e dei debiti sovrani europei del 2010 hanno messo a nudo il “velo di Maya” del benessere della Generazione X. Un benessere dato da politiche fiscali molto espansive con impatto deficitario sulle finanze pubbliche, nonché da politiche monetarie oltremodo inflattive e instabili.

Il conto si è presentato dunque ai Millennial, che risultano così la prima generazione a vivere in un mondo sempre più post-ideologico (con i confini tra destra e sinistra smussati e trasversali) e senza visioni sul futuro. Unitamente alla progressiva de-industrializzazione del mondo occidentale avviata con la globalizzazione a partire dagli anni ’90, tutto questo porta all’instabilità massima anche sul piano economico: il ventenne o trentenne medio di oggi è molto più qualificato che 30 o 40 anni fa, ma ha molte meno possibilità di trovare un lavoro stabile e di ragionare in termini famigliari sul medio-lungo termine.

La fuga dei cervelli

I Millennial, figli dell’omologazione della classe media, hanno formato una classe trasversale nuova ma tragicamente vecchia al contempo: la classe del precariato. Per molti aspetti simile all’Ottocentesco proletariato, la Generazione Y infatti subisce la totale non-curanza di imprenditori che tendenzialmente tutelano solo i lavoratori già inseriti e del Welfare State che sta lentamente scomparendo da anni. Ecco allora il proliferare di contratti a tempo determinato sotto diverse denominazioni più o meno esplicite, favoriti anche dall’implosione occupazionale del settore manifatturiero e dalla crescita vertiginosa dell’economia dei servizi. Si pensi all’Italia: l’ISTAT negli ultimi anni ha rilevato un incremento dei lavoratori, prevalentemente giovani, solo nel turismo e per mansioni a basso valore aggiunto (come i camerieri). Ciò porta a bassi salari e grande instabilità professionale, impedendo qualsivoglia possibilità di riscatto sociale per molti Millennial.

La stessa Generazione Y è ormai abituata a tale situazione, con un crescente cinismo verso il concetto di “lavoro” e la volontà continua di cercare la propria fortuna altrove. Un “altrove” dove sia possibile contare veramente e lottare per un ideale.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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