Università italiana: esame non superato, rimandata al prossimo appello

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Università italiana: esame non superato, rimandata al prossimo appello

L’Università italiana non se la passa bene, eufemismo che vuole indicare, in modo non troppo traumatico, un dato acclarato dalla realtà dei fatti ancor prima che da rilevazioni internazionali. Strutture e risorse spesso inadeguate, scarso raccordo tra l’ambiente universitario e il mondo del lavoro, determinati dipartimenti (o facoltà) sovraffollati… Sono tanti i problemi con cui studenti e professori sono ogni giorno costretti a scontrarsi. Il tutto iscritto all’interno di una visione che rischia di svuotare il senso stesso dell’esistenza dell’ Università.

Il primo fattore su cui concentrarsi è senza dubbio ciò che interviene prima dell’inizio di un percorso universitario: l’orientamento. Infatti ognuno di noi ha determinate inclinazioni da poter sfruttare nel proprio percorso di vita, anche sul posto di lavoro. Questo è uno (forse il principale) criterio su cui uno studente delle Superiori dovrebbe basare la scelta del proprio futuro scolastico. Purtroppo non tutti sanno come potersi orientare e non riescono a trovare chi li aiuti nella scelta, avvertendoli anche delle prospettive lavorative. La scarsa comunicazione tra i livelli del nostro sistema educativo si ripropone ancora prima dell’Università e comporta lo spaesamento degli adolescenti, alle prese con una delle decisioni più importanti della loro vita.

Altri punti dolenti sovvengono durante e alla fine del percorso universitario. Spesso i programmi di studio dell’Università italiana prediligono la tanta teoria alla poca (pochissima) pratica, ma sia ben chiara una cosa: non si sta dicendo che la prima non sia importante poiché senza conoscenze teoriche si può fare poco o nulla, ma è anche vero che allontanare il momento applicativo di concetti astratti non giova a prepararsi al mondo del lavoro, spesso spietato. Inevitabilmente questa impostazione di metodo si riflette nel momento dell’approccio con ciò che c’è fuori dalle aule. I datori di lavoro cercano prima di tutto chi si sappia più o meno già destreggiare nel lavoro, cercando di evitare così patemi. Questo avviene soprattutto laddove vi è una grossa domanda dei lavoratori, cioè di laureati iscritti in facoltà inflazionate. I dati ci suggeriscono infatti una predilezione dei giovani studenti verso il mondo delle scienze umanistiche e sociali (filosofia, lettere, arte, sociologia, psicologia, ecc.), conoscenze che non sembrano incontrare la predilezione del mercato in generale, ma la situazione è particolarmente grave nel panorama italiano. Anche qui bisogna chiarire: queste lauree danno assolutamente delle competenze spendibili nel mondo del lavoro (tra le quali la prima dovrebbe essere uno spiccato senso critico, la base di tutto), il problema soggiunge nel momento in cui vi sono, da un lato, l’eccesso di domanda di lavoro da parte dei laureati in questi ambiti, e, dall’altro, la scandalosa scarsità di offerta di lavoro nel Paese che detiene più della metà del patrimonio culturale mondiale. Tutto ciò a causa di politiche inesistenti e del disinteresse generale.

Ma ciò che minaccia profondamente il senso stesso dell’istituzione dell’ Università è il fenomeno della sua industrializzazione. Oggi si tende a pensare all’Università come una specie di proseguo del percorso scolastico superiore: un’ulteriore fatica che consenta di acquisire un “pezzo di carta” (espressione orribile).

L’Università ridotta ad un esamificio nel momento in cui questo ha la possibilità di essere sovvenzionato soltanto grazie ai risultati prodotti: il numero di laureati, le loro votazioni e il tempo impiegato per gettarli nella mischia. Tutto ciò cosa ha prodotto? Più laureati col “pezzo di carta”, ma con una preparazione mediamente inferiore (prescindendo dal voto). Alla stregua di un lavoratore dipendente pagato a cottimo, le Università sopravvivono se hanno modo di stampare il maggior numero possibile di lauree nel minor tempo possibile. L’Università invece nasce come luogo di ricerca, esplorazione e comprensione del nuovo, primo fattore di sviluppo per un Paese. Al contrario, in un periodo nel quale le risorse per la ricerca italiana sono ridotte al lumicino, è sembrato più proficuo incassare moneta attraverso le tasse universitarie, soprattutto dalle facoltà a numero aperto (quelle socio-umanistiche), usate alla stregua di un bancomat da parte degli altri dipartimenti (a numero chiuso), anche perché piene di ragazzi che sognavano di intraprendere studi diversi. La missione di ridare prestigio a certi percorsi universitari potrebbe essere perseguita anche attraverso la riformulazione delle tecniche di selezione: ad esempio la previsione di una selezione alla fine del primo anno di studi per tutti i dipartimenti, e non uno sbarramento a monte spesso non proficuo per nessuno.

In Italia ci sono pochi laureati e distribuiti male, ma è bene sottolineare con forza che nessuno di loro è inutile, ognuno ha una specifica professionalità che non ha nulla da invidiare alle altre, dunque ognuna di essa dovrebbe essere tutelata. Se non si parte comprendendo questo, allora l’Università italiana non potrà risollevarsi.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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