Operai e colletti bianchi: dalla marcia dei 40’000 ai giorni nostri

0 921

Operai e colletti bianchi: dalla marcia dei 40’000 ai giorni nostri

Quella tra operai e dirigenti è una battaglia che esiste e va avanti da moltissimo tempo: una delle più significative avvenne il 14 ottobre del 1980 in una normale giornata d’autunno, a Torino. Una mattina con un sole scialbo e gelido, quasi invernale, giornata che passerà alla storia: nelle vie del capoluogo piemontese si consumò quella che in futuro verrà definita “marcia dei 40 000″, parafrasata nella più grande sconfitta dei sindacati nel nostro Paese.

La marcia in prima pagina

I tempi non erano facili, la forte crisi economica e politica degli anni Settanta era ancora viva nel Bel Pese, la scuola di politica catto-comunista albergava fortemente nella mente di tantissime persone. La stessa Torino era una città calda: il rischio di atti terroristici era molto forte, così come erano fragili le garanzie degli operai , al tempo la percentuale più alta della vita produttiva della città.

La goccia che fece traboccare il vaso fu l’annuncio della Fiat di 14 000 licenziamenti, al quale seguirono 35 giorni di dure lotte operarie. La posta in palio stavolta non era una semplice vertenza sindacale per calmare le acque tra padrone ed operai, stavolta era un riscatto sociale, politico e culturale, molto presente e vivo nel decennio precedente, quando gli operai sulla scia di quanto accaduto nei primi anni del Novecento, rivendicavano le teorie marxiste, la lotta di classe e la supremazia del proletariato.

In quei 35 giorni di fuoco lo stabilimento di Mirafiori, divenne il quartier generale di quelli che paradossalmente vengono ricordati come gli antagonisti. In risposta ai picchettaggi scesero in piazza i quadri intermedi Fiat, meglio noti come colletti bianchi. Un fiume di impiegati e dirigenti uniti in una manifestazione silenziosa, senza tafferugli, con l’unico obiettivo di riportare l’ordine e la gerarchia in una fabbrica che da un mese vedeva la propria produzione ferma e vedeva i competitor avanzare in un nuovo mondo economico, in una nuova concezione di vita.

Erano glia anni Ottanta, o perlomeno stavano arrivando: il terrorismo rosso e nero, le stragi ecc. stavano pian piano diventando solo un ricordo, nell’aria c’era ottimismo e voglia di cambiamento. Nella Milano da bere spuntano aziende come funghi, la gente esce, si diverte, compra. L’operaio non è più legato a quei sani princìpi morali ed etici che hanno sempre caratterizzato la sua vita lavorativa; compra la televisione, va a ballare, pianifica la propria vita come un perfetto capitalista o quasi. I giornali danno spazio al pettegolezzo giornaliero, un noto imprenditore con un impero televisivo cancella i canoni aulici del mondo intellettuale per dar spazio alle casalinghe, alla leggerezza; una strategia di distrazione molto efficace.

Lo scontro col sindacato venne preparato osservando anche i minimi particolari. Dalle alleanze all’interno del sistema bancario, con i fitti contatti col quartiere generale di Mediobanca, alle auto fatte arrivare dalle filiali estere per far fronte al blocco produttivo; nel gruppo dirigente Fiat c’era un’unica consapevolezza: quella di far emergere un cambiamento, un trauma e proprio questo si verificò a tutti gli effetti.

Agnelli, Pertini e l’ad Romiti

La situazione aziendale fu risistemata in breve tempo, i picchettaggi furono annullati e la Fiat nel decennio ’80-’90 aumentò notevolmente il proprio fatturato. Oggi sono passati ben 37 anni ma tuttavia non è cambiato poi molto. Al posto di Romiti c’è Marchionne, più smart, al passo con i tempi e al posto del PCI che malamente condusse la battaglia sindacale, nonostante le nette differenze c’è il PD che con i sindacati proprio non va d’accordo. In mezzo a queste due figure, oltre ad altri molteplici scenari politici ed economici ci sono sempre due classi, che però combattono una guerra fredda.

Oggi chi lavora è un privilegiato e quindi il posto se lo tiene bello stretto, i dirigenti lo sanno e su questo fanno leva. Gli operai ora hanno lo smartphone, sono social e soprattutto molti sono senza identità politica: non votano, non si informano e non si rispecchiano nei partiti e nei sindacati. Le televisioni ci distraggono con programmi di cucina ad ogni ora del giorno e della notte, con talent show, reality show e on line ognuno esprime la sua e sputa sentenze senza prestare il minimo ascolto e rispetto al giudizio degli altri.

Operai della Fiat

I risultati sono tutti a beneficio di quelli che grazie ad una resa inconscia della classe operaia riesce ad arricchirsi con sgravi fiscali e contratti miseri. Ciò che sta accadendo all’Ilva di Taranto e Genova è un chiaro esempio di come i lavoratori siano messi sotto scacco da un sistema che invece di tutelarli fa di tutto per schiacciarli. Manovrine spacciate per riforme del lavoro che tolgono la dignità ad ogni individuo, che tolgono rappresentanza ai sindacati. Negli anni Ottanta i sindacati perdevano ma almeno avevano la possibilità di battersi, oggi invece non scendono nemmeno in campo. Molti di loro sono lontani dai cittadini e la macchina politica lo sa e aumenta questa distanza con delle vere e proprie campagne diffamatorie.

Pare che la marcia dei 40 000 ancora oggi sia viva; la sua sfida però è molto più limitata perché ora come ora lo scontro di classi non si gioca ad armi pari: in trent’anni le classi più deboli sono state plasmate ad immagine e somiglianza della classe dominante, mantenendo i disagi di decenni fa ma aumentando il consumo, un benessere acrilico che continua a far arricchire i pochi a discapito dei molti.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.