United Colours of Art – Il Verde e la sua ambigua difficoltà

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United Colours of Art – Il Verde e la sua ambigua difficoltà

Lucas Cranach, Martin Lutero e Flippo Melantone, 1543 – Kassel, Alte Meister Gemaldegalerie

La rubrica United Colours of Art con una serie di sette articoli, analizza ciascuno dei sette colori dell’arcobaleno e con questo suo quarto articolo sul VERDE offre un excursus panoramico sull’utilizzo di questo colore nell’arte, basandosi sulle riflessioni condotte, nel corso dei secoli, sull’utilizzo dello stesso da parte degli artisti.

Il verde è uno dei colori che circonda l’uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra: la natura è tutta un verde e forse è proprio questo il motivo per cui le pitture del paleolitico ne sono totalmente prive. Il lessico del greco antico invece insegna che fino all’epoca ellenistica (III a.C. – II secolo a.C.) era un colore non facilmente definito, dopodiché inizia ad affermarsi l’aggettivo prasinos (propriamente “il colore del porro”) che indica le tonalità di verde ben marcate. Per contro, il latino della Roma repubblicana ha un termine specifico, viridis, che Varrone nel I secolo a.C. definisce “ciò che ha vigore”. Ad esso si associano molte altre gradazioni. Questa pluralità di termini non coincide però con un ampio utilizzo del colore né in tintura né in arredo né in pittura.

Le cose cambiano nella Roma imperiale, quando il verde è usato per gli abiti femminili sull’influenza anche della mode germaniche e orientali; nella pittura, nell’architettura e nella scultura stessa si utilizza molto questo colore nelle sue diverse tonalità.

Paolo Veronese, Il suicidio di Lucrezia, 1583 – Kunsthistorisches Museum di Vienna

Nella Bibbia compare il termine solo in riferimento alla natura; solo lo smeraldo è tra le pietre preziose di ornamento del pettorale di un sacerdote e tra quelle delle fondamenta delle mura della Gerusalemme celeste. Per i Padri della Chiesa è il solo colore della vegetazione; nessuna citazione per le stoffe o gli indumenti di questo colore. Infatti, nonostante la natura proliferi di tonalità e gradazioni differenti di verde, tingere e dipingere di tale colore era una vera e propria impresa, dal momento che è un colore altamente reattivo alla luce quando derivante da materiali vegetali (giaggiolo, ligustro, porro, bacche di spincervino e spinaci) e altamente tossico quando derivante da materiali artificiali (verderame). In tedesco si dice Giftgrun, verde veleno. Le scuole di tintori migliori sono quelle del nord Europa, che usano l’ortica, la felce, la piantaggine, le foglie di frassino e la corteccia di betulla.

Il Medio Oriente del VII secolo parla del turbante verde di Maometto e, dopo la sua morte nel 632, pare che il colore sia diventato quello della famiglia del Profeta o dei suoi diretti discendenti. Con il XII secolo, il verde diventa colore sacro per l’Islam e dopo la caduta dei Fatimidi ne diventa il colore religioso.

Georg Melchior Kraus, Ritratto del giovane Goethe, 1775 – Goethe Nationalmuseum

Prima di essere papa Innocenzo III (secolo XIII d.C.), il cardinale Lotario di Segni scrive De sacro altaris mysterio in cui scrive: «il verde deve essere scelto per le feste e i giorni in cui né il bianco né il rosso né il nero sono adatti, essendo un colore medio fra il bianco, il rosso e il nero». Quindi il verde al momento è il quarto colore del culto cristiano. Nel Medioevo è un colore ambivalente: da una parte, è uno dei colori della liturgia, dell’amor cortese, della primavera e del Giardino dell’Eden, quindi ha un significato positivo, dall’altra diventa il colore del Diavolo, delle sirene, dei cacciatori e degli scudieri, dei traditori (tra tutti Giuda) cioè ha una connotazione negativa. Sul finire del Medioevo, e l’opera di Jan van Eyck Ritratto dei coniugi Arnolfini ne è una dimostrazione, diventa il colore delle gestanti.

La cromoclastia della Riforma protestante impone in pittura l’utilizzo solo di colori naturali, ma abolisce il verde da stoffe, chiesa e liturgia. Nel Cinquecento alla Fiera del libro di Francoforte, un protestante francese si meraviglia che la gente si vesta di verde, poiché in Francia è un colore associato a una mente eccentrica.

Con la scoperta dello spettro dei colori da parte di Isaac Newton nel 1666, si realizza che il verde è un colore intermedio tra blu e giallo, ma questa scoperta coinvolge i pittori solo successivamente. Pare che nel corso del Quattro-Cinquecento solo alcuni pittori veneziani realizzassero il verde come mescolanza di giallo e blu: Giorgione e Veronese sono in particolare famosi per i loro verdi. In realtà nonostante l’affermarsi della tempera e dell’olio di noce, di lino o di papavero, oppure il fresco a calce, che permettono al verde di macinare e di perdere la tonalità verde prato che il Medioevo gli aveva affidato, fino al ‘700 pensare di mescolare giallo e blu non era proponibile proprio in virtù di quanto detto per l’arancione e cioè che le mescolanze erano ritenute impure. Nel Seicento tuttavia il verde entra tra i colori del vestiario delle corti.

Si racconta che Molière fosse morto in scena indossando un abito verde e da allora gli attori in scena non vogliono indossare nulla di questo colore. Lo smeraldo vende meno di altre pietre, perché porta sfortuna.

Paul Cézanne, Mele verdi, 1873 – Musée d’Orsay

Nel Settecento è un colore sbeffeggiato al quale è preferito di gran lunga il blu (ciò nonostante diventa una prassi realizzare il verde come mescolanza di indaco americano e giallo), mentre nell’Ottocento il verde diventa il colore delle fiabe. Per Goethe, il verde è il colore della borghesia e dei mercanti, mentre il rosso è quello della nobiltà, il nero è quello del clero e il blu è quello di artigiani e operai.

Con il Bauhaus e il De Stijl, il verde viene screditato – stando a Kandinskij:

Il verde assoluto è il colore più calmo che esista: esso non si muove in nessuna direzione e non ha alcuna nota di gioia, di tristezza, di passione, non desidera nulla, non aspira a nulla.

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura

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