Il mondo e le certe incertezze VS noi e le incerte certezze

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Il mondo e le certe incertezze VS noi e le incerte certezze

Vi ricordate quand’è stata l’ultima volta nel mondo che avete messo un freno alla corsa frenetica verso l’essere qualcuno per poi ritrovarvi ad essere qualcosa? Vi siete mai chiesti che differenza c’è tra l’essere e l’apparire? Tra l’accontentarsi e l’essere felici, ma felici davvero? Felici della semplicità?

Viviamo un’era strana, non che le precedenti non abbiano avuto le loro difficoltà, ma la nostra è sicuramente strana, una in cui il benessere di molti non esiste, ma la superficie mostra il contrario. Pensiamo ai social network: lì tutti appariamo al meglio, sorrisi splendenti e pose studiate. Frasi pensate ad hoc, non un capello fuori posto, anche il dolore sembra studiato alla perfezione.

Non siamo più noi fingendo però di esserlo sempre di più.

In questo mare di omologazione, in cui la nostra vita è sempre più liquida – per utilizzare la meravigliosa e dolorosa metafora del filosofo Zygmunt Bauman – ci sono però le eccezioni e queste sono quelle anime che, come me e come te che stai leggendo, continuano a sognare e a sperare in una società migliore, in cui ci sia spazio per tutti, in cui le differenze, di razza, di colore, di religione e di talento, trovino il meritato spazio nel mondo. Se ci pensiamo, non siamo che di passaggio su questa terra, e in questo breve soggiorno, ci peggioriamo l’esistenza avendo paura e continuando a costruire un mondo peggiore di quello che potremmo avere. Solo la consapevolezza che non siamo eterni, dovrebbe darci la spinta propulsiva per migliorarci ogni giorno di più, per ricercare la felicità. Aristotele, nell’Etica Nicomachea ricorda, infatti, agli esseri umani che il fine da perseguire nella vita è proprio la felicità. Lo stiamo davvero facendo?

Citando di nuovo Bauman, il filosofo, nel testo Consumo, dunque sono, descrive magistralmente la nostra società, la cui peculiarità (profondamente negativa) è il plasmare consumatori seriali. La felicità oggi risiede proprio nella quantità di ciò che compriamo e solo sulla base di ciò, possiamo dire di “essere”. Quanta dannosità c’è in questo meccanismo? Sembra nulla, almeno apparentemente, in fondo “così gira l’economia“, rispondono i più. Ma per i pochi, quelli le cui anime continuano a sognare? Per loro la questione è diversa, loro si rendono conto del mondo che finge di avere certezze quando in realtà offre solo incertezze dai finti contorni. Al contempo, queste anime sognanti, trasformano le proprie certezze in incertezze, perché hanno paura di non trovare il modo di vivere in questo mondo e allora, di fronte questo, molti si arrendono.

È già, perché di sogni e di ideali non si mangia.
Ma davvero l’esistenza si riduce a questo?

Questa è la domanda che affolla la mente di tanti – o pochi. Giovani che si trovano a vivere una completa dicotomia, e non tra il dovere e il piacere, ma tra l’accontentarsi ed essere mediamente felici, o il più delle volte fingere di esserlo, o il cercare di realizzare i propri sogni con la consapevolezza di trovare solo porte chiuse e muri impossibili da abbattere. La nostra società, che il sociologo Richard Sennett in L’uomo flessibile con lungimiranza descrive proprio come l’emblema della richiesta di flessibilità, ci vuole produttivi, e la produttività non fa rima con “soddisfazione personale”. Oggi sembra essere un peccato mortale volere di più, ma volere di più non per apparire o per il “senso di potere”, ma un plus che ha a che fare con la nostra realizzazione, con l’inseguimento di un sogno. Riflettiamo un attimo pensando ai tanti laureati in filosofia, io fra questi, che si sentono dire “già che hai trovato un lavoro“. Chi ama il sapere come coloro i quali studiano filosofia, si trovano a vivere in un limbo di incertezze, perché ricoprono ruoli che non li rappresentano nemmeno in parte, che sono distanti anni luce da ciò che sono e da ciò che vorrebbero essere, ma allo stesso tempo, quelle che erano le proprie certezze, cominciano a vacillare di fronte la possibilità, abbastanza concreta, di rimanere fuori dal mondo. Inizia così un circolo vizioso tra ciò che si ha e non ci rende felici, e ciò che potremmo provare a conquistare, senza certezza alcuna, se non quella di essere felici mentre ci si arrampica sui sogni.

L’intento di questo articolo è risvegliare le coscienze e la speranza, nascosta e dimenticata nell’oblio di fronte un mondo tirannico verso i sogni, di tutte quelle menti che oggi, vengono fatte passate come inutili, quando in realtà incutono timore, perché sono rivoluzionarie, ma lo sono con dolcezza, perché vogliono lottare per pensare ancora con la propria testa, per volere di più, per se stessi e gli altri, per rischiare l'(in)certezza del mondo e riprendere in mano le proprie certezze. Ormai abbiamo paura di ciò che ci rende liberi: scegliere. Abbiamo paura di scegliere un determinato percorso di studi perché non ci garantisce la remunerazione, abbiamo paura di scegliere di non studiare per provare un’altra strada perché ad oggi conta più un curriculum che la concreta capacità di saper fare qualcosa e in tutte queste paure ci lasciamo andare e facciamo sì che sia il mondo a scegliere per noi, perdendoci così la parte più bella dell’esistenza: essere felici realizzandoci.

La felicità va rischiata, e vi assicuro, anime sognanti, che è vero che fuori dalle università, da scuola, da casa (anche se queste possono esservi sembrate terribili) è dura, che la vostra sensibilità verrà strattonata dall’egoismo dell’uomo, che vi troverete a fare ciò che non amate, che non vi rappresenta, ciò che va contro qualsiasi vostro ideale, ma non smarritevi, ancoratevi alla speranza di poter cambiare il vostro mondo, di poter trovare, anche solo negli occhi di altri come voi, la possibilità di riscattare le vostre passioni di fronte una società che vuole solo yes men.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, chi rinuncia ad inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.
Martha Medeiros

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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