12 ottobre 1492 – 20 luglio 1969: plus ultra. Tra storia e ideologia

Ricorre oggi l’anniversario della data che cambiò per sempre la storia mondiale, il 12 ottobre 1492, quando il navigatore genovese Cristoforo Colombo (Genova 1451 – Valladolid, 19 maggio 1506) scoprì il centro America per conto della Corona di Castiglia.

12 ottobre 1492
Cristoforo Colombo

In realtà, Colombo si era rivolto alla Corona portoghese per il finanziamento della sua pionieristica avventura transatlantica verso le Indie Orientali, ma, avendo da questa ricevuto un secco rifiuto, aveva guardato alla Spagna.
Il 15 gennaio 1492, nell’Alcázar andaluso di Córdoba, incontrò i sovrani Isabella di Castiglia e Fernando di Aragona, convincendoli a finanziare il suo progetto. Il 17 aprile 1492 vennero firmati i Capitoli di Santa Fe, che ripartivano tra i sovrani e Colombo stesso i benefici delle eventuali scoperte avvenute.

Il 3 agosto 1492 Colombo e l’equipaggio, a bordo della Niña, la Pinta e la Santa Maria, salparono da Palos de la Frontera. Dopo mesi in mare, tra l’11 ottobre e il 12 ottobre 1492, avvistarono il “loro” Oriente: «Jueves, 11 de octubre: […] Vieron pardelas y un junco verde junto a la nao […]». Sbarcarono prima sulle isole delle Bahamas (Colombo battezzò San Salvador l’isola sulla quale scese), poi Cuba. Accortisi subito di non essere veramente in Oriente, chiamarono quelle terre le Indie Occidentali o Nuovo Mondo. Il termine America è di successiva introduzione e si deve al navigatore fiorentino Amerigo Vespucci (Firenze, 9 marzo 1454 – Siviglia, 22 febbraio 1512), che sempre per conto della Corona spagnola, fu il primo ad arrivare in Colombia e quindi in quella che ora si conosce come America del Sud.

Capitoli di Santa Fe

Sebbene fosse la prova tangibile del superamento del monito erculeo «nec plus ultra» imposto dalle Colonne d’Ercole (Gibilterra), nella Spagna del XVI secolo ed in particolare a Siviglia, che dal 1503 era la città sede della Casa de Contratación de las Indias (Casa del commercio) sede attuale dell’Archivo de las Indias (Archivio delle Indie, che custodisce tutta la documentazione inerente il Nuovo Mondo), non furono commissionate opere sulla scoperta del Nuovo Mondo né ritratti dei conquistadores e dei navigatori.
Ciò fa de La Vergine dei Navigatori di Alejo Fernández, pittore che giunse a Siviglia nel 1508, un esemplare quasi unico di estrema rilevanza storica. Fu realizzata per una pala d’altare della Cappella della Casa de Contratación, sulla base dell’iconografia della Madonna della Misericordia.

Lungi dal voler giustificare le atrocità ai danni delle popolazioni locali perpetrate negli anni seguenti il 12 ottobre 1492 e posto che la perdita di vite umane non deve essere oggetto di speculazione, vale la pena accennare ad alcuni aspetti legati all’incontro tra spagnoli e indigeni, che la coscienza storica dell’uomo del Duemila rende difficile considerare. Serve alla riflessione ricordare che il trattamento brutale riservato agli indigeni era comunque condannato da molti nella Spagna dell’epoca: tra tutti, nevralgica è la figura di Bartolomé de las Casas. Inoltre, è noto che molti indigeni morirono anche per le malattie europee, contro le quali il loro sistema immunitario non aveva difese.
Con il 12 ottobre 1492, l’incontro dei due mondi comportò molti scambi che si rilevarono determinanti per lo sviluppo socioeconomico delle due civiltà. Gli Spagnoli portarono in patria, e da lì nell’Europa intera, tre degli alimenti base della nostra dieta prima di allora sconosciuti: la patata, il pomodoro e il mais. In America, gli Spagnoli importarono mucche e cavalli, animali estranei alle popolazioni locali dell’epoca abituate solo al lama come animale da lavoro. Nel Nuovo mondo venne inoltre importato il modello universitario salmantino, che tutt’ora è utilizzato in America Latina.

La Vergine dei Navigatori, A. Fernandez, 1530 ca, Alcazar de Sevilla

L’uomo moderno difficilmente riesce a non pensare alla Conquista del Nuovo Mondo quasi unicamente in termini di decimazione della popolazione locale, di schiavitù e di conversioni coatte. Questo spiega in parte il desiderio di taluni di cancellare, con l’eliminazione del Columbus Day proposta qualche tempo fa in America, la memoria di un fatto storico di rilevanza epocale, equiparabile forse solo al viaggio sulla Luna del 20 luglio 1969.
È corretto prendere le distanze dalle atrocità della storia, ma è scorretto l’anacronismo, cioè il non analizzarle ben calate nel tessuto storico-culturale del periodo in esame, soprattutto se si parla di epoca moderna.

Non c’è dubbio che la scoperta del Nuovo Mondo fu anche una storia di violenza, di occupazione e di sfruttamento a danno delle popolazioni indigene, ma c’è davvero da chiedersi se, eliminando il Columbus Day, l’uomo del Duemila dimostri di aver assimilato il significato del lapidario refrán historia magistra vitae est. La facilità e la rapidità, con cui decidere di cancellare la memoria storica di un episodio chiave nella formazione di ben cinque continenti, sembrerebbero purtroppo non essere le medesime con le quali l’uomo del Duemila si muove per far sì che episodi simili, avvenuti in un mondo lontano, non si verifichino più nel suo presente:

[…] In Colombia — spiega Laura [Greco] − in particolare lavoriamo da anni denunciando le azioni ed omissioni criminali del governo e delle autorità locali che permettono o comunque non fanno nulla per impedire il genocidio [di tribù indigene] in atto.

Le violenze ai danni di individui, di qualsiasi appartenenza etnica o credo, sono una piaga mondiale da risolvere con i fatti, attraverso una presa di coscienza collettiva che porti a delle politiche di pacifica convivenza e rispetto, e non cancellando la memoria di un fondamentale evento storico, con il quale si misero le basi per la formazione del mondo così come lo si conosce

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura

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By on ottobre 12th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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