MEIS, il nuovo museo ferrarese dedicato alla cultura ebraica

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MEIS, il nuovo museo ferrarese dedicato alla cultura ebraica

Qual è il ruolo di un museo? Che significato ha per la comunità? Queste sono le principali riflessioni che hanno portato alla nascita del MEIS, il Museo Nazionale dell’Ebraismo e della Shoah di Ferrara, che verrà inaugurato il prossimo 13 dicembre.

È stata una lunga attesa per la città estense: il primo progetto fu proposto nel 2003. Sebbene fosse ancora in fase embrionale, il MEIS iniziò a partecipare attivamente agli eventi cittadini, soprattutto con l’annuale rassegna dedicata al libro ebraico, educando le persone, raccontando la storia degli ebrei italiani e il loro grande contributo, una tematica che all’apparenza pare scontata e troppo trattata, ma che nella realtà dei fatti, parlarne non è mai abbastanza.

Il progetto è ambizioso, per questo motivo occorre ancora così tanto tempo per vedere l’esito finale, che si stima tra il 2018 e il 2020. Il 13 dicembre infatti verrà inaugurata solo una parte del museo che ospita la mostra Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni che si configura come il primo nucleo della sua vasta collezione.

L’obiettivo per il MEIS è quello di diventare il polo culturale dell’ebraismo italiano e di far conoscere la vita, il pensiero e la cultura ebraica italiana. La missione di questa importante istituzione è quindi triplice: museo come libro della memoria, come architettura aperta e partecipata, come punto di partenza per la riqualificazione.

Il cantiere del MEIS: dalle celle del carcere al museo

Museo come libro della memoria. Quando parliamo della storia ebraica, parliamo inevitabilmente di memoria, è una parola che si è legata stretta a questa millenaria cultura, e che trova la sua forma all’interno del museo. Il museo deve essere letto e sfogliato più volte dal visitatore, proprio come un libro. Per questo motivo, oltre agli oggetti d’esposizione, si troveranno al suo interno una biblioteca, un centro studi, spazi per mostre temporanee, conferenze e seminari, il tutto strizzando l’occhio alle nuove tecnologie per trasmettere la cultura in modo più innovativo.

Museo come architettura. Non un semplice contenitore asettico, ma un’architettura contemporanea ed originale che coinvolga il visitatore e che allo stesso tempo non prenda il sopravvento sui suoi obiettivi principali «un museo che non rappresenti soltanto un raccoglitore di oggetti, ma che comunichi significati, idee, memoria».

L’apparente normalità della facciata anteriore nasconde al suo interno una struttura davvero scenografica, che vuole ricordare l’idea del museo come libro precedentemente descritta. Verranno ultimati i cinque edifici che richiamano i cinque libri della Torà per un totale complessivo di 2733 metri quadrati. I cinque edifici-libro risultano sospesi in modo da dialogare con il parco interno dell’edificio, uno spazio aperto ai cittadini e altrettanto scenografico in cui l’acqua è la protagonista.

Grafica del progetto

Museo come luogo per riqualificare. Questo è un aspetto che riguarda meno la cultura ebraica e più la storia di Ferrara. Il museo è posto nelle immediate vicinanze del centro storico, nel luogo in cui dal 1912 fino al 1992 sorgeva un carcere, successivamente abbandonato. Ferrara aveva quindi un luogo di chiusura ed emarginazione posto proprio in centro, poi lasciato in uno inconcepibile stato di degrado. La sfida del MEIS è stata quella di riqualificare la zona e renderla più partecipe del nucleo storico della città, cercando di riconvertire l’asprezza dell’edificio carcerario in un ambiente nuovo, moderno e accogliente. La sua vicinanza all’antico ghetto ebraico e alle sinagoghe, lo pone come giusto completamento della storia ebraica di Ferrara.

La promessa del MEIS è di mostrare qualcosa di realmente nuovo, non il tipico museo buio con le teche polverose, visitato soltanto dalle scolaresche e qualche turista geek, ma una piazza culturale che unisca tecnologia e storia, per raccontare una delle culture più antiche ed importanti della nostra penisola.
Ci riuscirà? Soltanto il tempo ce lo saprà dire.

Sara Govoni per MIfacciodiCultura

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