La politica autarchica di Dario Franceschini: il cinema non deve piegarsi

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La politica autarchica di Dario Franceschini: il cinema non deve piegarsi

È notizia di qualche giorno fa: il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha portato in Consiglio un nuovo decreto  che verrà approvato a breve. Una riforma dell’art. 44 del Testo Unico della Televisione (in via di definizione) il cui fine è la salvaguardia e la diffusione del nostro patrimonio cinematografico. Il ministro lo ha definito un decreto autarchico, ma in cosa consiste davvero questa riforma?

Il ministro Dario Franceschini

In breve: vogliono obbligare le reti televisive a trasmettere film o serie italiane una volta a settimana. I canali sono già vincolati a reinvestire i propri introiti nella trasmissione di prodotti italiani, ma non sempre questo  obbligo viene rispetto e, soprattutto, non sono mai state stabilite delle sanzioni. Fino ad oggi: la quota da destinare alla cinematografia italiana salirà dal 10% al 15% (solo la Rai ha mantenuto una percentuale dal 15% al 20% nel corso degli anni) e le multe per l’inadempimento all’obbligo arriveranno fino a 50 milioni di euro.

Un decreto che ha un fine sicuramente nobile: quello di tutelare il nostro cinema, la cui industria sta andando incontro a un declino sempre più inesorabile. Non sono bastati i picchi di creatività di alcune delle firme italiane più prestigiose e nemmeno iniziative come i Cinema Days (che, al contrario, hanno peggiorato la situazione): si investe poco, si produce meno, nessuno si assume più il rischio di osare, le nuove proposte indietreggiano completamente sfiduciati. La gente non va più al cinema, ed è un problema culturale in cui, diversamente da quanto si possa pensare, la diffusione di piattaforme streaming come Netflix o Amazon c’entra ben poco. È solito, in questi casi, cercare sempre un colpevole da condannare in pubblica piazza, ma questi colossi americani dell’intrattenimento hanno poco a che vedere con il declino culturale del nostro cinema. Un declino che non ha niente a che fare con la mancanza di materiale creativo, ma con la mancanza reale di possibilità.

dario franceschiniTuttavia, quanto può davvero essere utile questo decreto? La legge italiana non è mai stata una vera amica per il cinema italiano, così come il cinema italiano è rimasto troppo a lungo dipendente da essa. Un cinema che si lascia finanziare solo dallo Stato, consapevole di poter contare poco sugli incassi. Un cinema timido che ha paura del confronto con il mondo là fuori. Una produzione stantia, lontana dal suo pubblico. Lontana quanto lo sono le reti tv italiane dal suo pubblico,  vittime di scelte discutibili di palinsesti e non molto intelligenti. È comprensibile che un Pasolini in prima serata non sia certo adatto, ma se la scelta ricade sul solito cinepattone, sul classico Jerry Calà o Federico Moccia, persiste ovviamente un problema di ignoranza: le reti non conoscono gli spettatori, ignorano le loro esigenze, li sottovalutano. Ancora si meravigliano se il sabato sera fa più share Alberto Angela dei fratelli Vanzina. Forse perché la nuova generazione è lontana anni luce dalla commedia sexy (quasi grottesca e spesso volgare) dei primi Duemila o degli anni Novanta? Certamente sì, ma sembrano non vederlo. Neanche Dario Franceschini in persona.

 La storia ci ha insegnato già che il protezionismo non serve a nulla, eppure è proprio quello a cui Franceschini mira. Una coercizione che spinge a un investimento di denaro che non poterà nessuna rivoluzione, né economica né ideale. Il patrimonio cinematografico italiano possiede un valore immenso, ma le scelte di programmazione vanno ponderate bene. Le reti non possono operare liberamente, costrette da fattori economici e di audience, e si sa, l’arte necessita della totale libertà. Un  buon film resta sempre un buon film indipendentemente dalla sua nazionalità. Basterebbe educare gli spettatori alla Bellezza e il resto verrebbe da sé. Purtroppo è una prospettiva fin troppo utopica: il cinema italiano deve stringere i denti, ora più che mai.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

 

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