Perché dovreste vedere “Blade Runner 2049”, che è un atto d’amore

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Perché dovreste vedere Blade Runner 2049, che è un atto d’amore

Un intenso Harrison Ford è di nuovo Rick Deckard

Anni fa, qualcuno molto coraggioso chiamò Martin Scorsese e gli annunciò di voler girare il sequel di Raging Bull (Toro Scatenato). Il regista italo-americano non ne deteneva né detiene i diritti, per cui tutto ciò che si limitò a dire fu «Va bene, fate pure, grazie di avermi informato». Questo, come raccontato da Scorsese stesso al David Letterman Show, perché in certe cose non si può e non si deve tornare indietro. Perché non è il regista, o lo scrittore, o chi mette i soldi che dovrebbe decidere cosa fare: è la storia. Solo la storia sa quando è la fine. L’arte per essere libera deve, ossimoricamente, sottomettersi alla storia. Quindi, le storie finiscono. Quelle d’amore, certo, ma soprattutto quelle artistiche. De Niro non si allaccerà mai più i guantoni di Jack La Motta, così come quel genio di Leo Ortolani non disegnerà mai il numero 123 di Rat-Man. Purtroppo, o per fortuna, canterebbe Gaber. Quindi perché dovremmo andare a vedere Blade Runner 2049? Dopo avervi detto i motivi per non farlo, ecco invece quelli validi per visionarlo.

Orsù, non vorremo mica dirci che dobbiamo per forza dissipare ogni dubbio e scoprire finalmente la vera natura di Rick Deckard? Tutto per colpa di quel maledetto origami a forma di unicorno? Il dubbio è insito nella bellezza dell’arte e noi di certo non cadremo in questa trappola che, tra l’altro, forse non è nemmeno una trappola.

Gli origami di Blade Runner

I motivi per vedere questo sequel sono ben altri. Innanzitutto il cast: i nomi che spiccano sopra gli altri sono quelli di Ryan Gosling, di Harrison Ford e di Jared Leto, messi in ordine di minutaggio di recitazione. Ford, beh, non ha bisogno di presentazioni, e, secondo noi, non aveva bisogno nemmeno di girare questo film. Però l’ha fatto e, come sempre, l’ha fatto bene, lasciando quei piccoli dettagli, quelle piccole sfumature alla firma finale, che tutti i grandi attori lasciano e che molto spesso salvano l’intera opera. Gosling, dal canto suo, è ormai un attore con dei contorni ben definiti: nemmeno quarantenne, ma con già all’attivo numerose parti in film importanti (una su tutte quella dell’avvocato Willy Beachum in Il caso Thomas Crawford a fianco di Anthony Hopkins). Certo, non si può dire che sia l’attore più espressivo di Hollywood, però sa scegliere con cura i copioni e tutti i film in cui prende parte sono più o meno un successo. Di strada da fare per entrare nell’Olimpo dei grandi ne ha tanta il caro Ryan, ma, a dover spezzare una lancia in suo favore, possiamo dire che questa è una parte che gli calza a pennello e che lui ha saputo far valere al massimo, nonostante i dialoghi non siano certo fatti per esaltare le doti attoriali dei protagonisti. Veniamo a Leto ora. Bravo, bravissimo, ma non serviva. La sua parte nel film non è piccola, è minuscola. Quando è presente viene totalmente oscurato dall’atmosfera e paga il fatto di essere finito in un film che è il trionfo delle immagini, della fotografia, molto più che, come detto prima, dei dialoghi. Diciamo che ha fatto il classico compitino, ma il suo nome serve più ad attirare gente nelle sale che a contribuire alla storia.

Il punto è questo: ad essere paragonabile a Blade Runner non ci si avvicina nemmeno. Siamo ben lontani dalle cose inimmaginabili che si vedono vicino a bastioni di Orione o nei pressi delle porte di Tannhäuser e Villeneuve non avrebbe entusiasmato Philip K. Dick come fece all’epoca quel genio di Scott (nonostante lo scrittore non abbia mai potuto vedere la versione finale, visto che morì poco dopo l’ultimazione della pellicola), sebbene vada detto che il cinquantenne regista franco-canadese ha al suo attivo una film come Arrival e, carrellando all’indietro, una pellicola come Enemy con soggetto di Josè Saramago e uno stupefacente per crudezza La donna che canta.

Robin Wright e Ryan Gosling

Nonostante questo, però, Blade Runner 2049 va visto.

Va visto perché è un lavoro onesto, perché la fotografia è da premio Oscar; va visto perché Villeneuve non sarà Scott, ma ha fatto un ottimo lavoro nel ricreare le ambientazioni e l’atmosfera noir di Blade Runner; va visto perché potrebbe essere la passerella finale di quel pilastro del cinema che è Harrison Ford. E va visto perché, sì, non diventerà mai un cult come il primo capitolo della saga, ma vuole essere un omaggio. Un omaggio a Scott, a Dick, a Ford, ovviamente, ma soprattutto è un omaggio al tempo. Non al tempo dei replicanti, ma al tempo di un cinema che non c’è più, al tempo di un cinema in cui bastava recitare bene per fare un buon film. Un omaggio al cinema di tutti quegli artisti che non sono morti dal collo in giù: perché questo non è solo un tentativo di mettersi in luce e di far cassa la botteghino, ma un atto di amore per Blade Runner.

Andate a vedere Blade Runner 2049. Andateci anche se, come noi, non amate i sequel. Andateci per un po’ di quel sano amore che colpisce gli inguaribili romantici rottami.  Andateci perché, ormai, di cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, non è rimasto quasi nulla.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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