Négritude

Négritude, tra rivendicazione identitaria e aspirazione egualitaria

Negli ultimi anni, siamo stati spettatori di un grande cambiamento della prospettiva europea e ça va sans dire, occidentale, nei confronti del “continente nero”. Dal furore elegiaco e celebrativo delle canzoni pop, a chi inneggia a Mama Afrika, spesso dimenticando che dietro a questo tenero e morbido soprannome c’è la straordinaria Miriam Makeba, a chi si rilassa con il singolo Négritude di Mama Marjias da più di un milione di visualizzazioni con buona pace dell’imitazione di Shakira, si intuisce facilmente che la négritude, appunto, e il sentimento nostalgico ma vitalistico e vibrante di appartenenza all’Africa è qualcosa ormai di largamente diffuso. Tuttavia, è bene sottolineare che tale sentimento è decisamente qualcosa di più di un fenomeno di costume. Il secondo grande ribaltamento prospettico è arrivato con l’amara tragedia dei flussi migratori. Questo cambio repentino di sguardo si è imposto con la violenza del frangersi di quelle onde che sospingono ignari cadaveri, fluttuanti ancora nel sogno di una vita diversa.

Quindi, quale è l’Africa? È quella dei migranti? O quella delle allegre e trascinanti armonie? È l’Africa “di proprietà” di Karen Blixen o l’Africa che pervadeva di nostalgia Hemingway? È la storia della schiavitù o la culla della vita? Sfortunatamente per noi, l’unico modo per giungere a una soluzione è la riduzione per assurdo e cioè tutte le precedenti definizioni e nessuna. Perché omologare l’Africa sarebbe come omologare l’Europa, livellare le differenze culturali, linguistiche e sociali che dividono un italiano da un inglese, un catalano da un piemontese, un portoghese da un rumeno.

La négritude e lo studio di essa possono essere un valido aiuto per approcciarsi in modo più equilibrato e consapevole al pensare l’Africa, arrivando al pensare di più con l’Africa. Sì, perché non c’è possibilità altra per raggiungere una riflessione giusta se non quella di situarsi il più possibile nel contesto in oggetto e la negritudine offre una grande possibilità, e cioè quella di prendere in considerazione un punto di vista altro capace di far balenare nelle menti del “continente bianco” le specificità e le molteplicità, spesso dimenticate (o ignorate) del continente nero.

Questo movimento storico-culturale è uno strumento tanto utile quanto controverso; infatti, nei decenni che ha caratterizzato è stato fortemente dibattuto e criticato, non solo da intellettuali occidentali e bianchi ma anche da molti intellettuali neri.

Aimé Césaire

La négritude nasce in Europa, a Parigi, città per eccellenza delle identità in esilio, nel Novecento, con i primi scritti dello scrittore martinicano Aimé Césaire (Cahier d’un retour au pays natal, 1939). Vede la sua nascita sotto la costellazione delle produzioni di Léon Damas, Aimé Césaire, appunto, e Leopold Sédar Senghor. Poi, si arricchisce con gli innesti americani di stampo panafricano e delle ideologie egualitarie della cosiddetta Negro Renaissance di Harlem. Subisce un’ulteriore serie di influenze, in particolare la dottrina marxista che rese automatica l’associazione in perfetta simmetria tra identità nera e identità proletaria, tra lotta di indipendenza e lotta di classe contro il sistema capitalistico.

La négritude è un movimento estremamente vasto, al quale si può guardare attraverso la letteratura, la politica, le ideologie etc. Spesso, però, questa vastità di approcci rischia di mascherare o celare il suo nucleo pulsante, la sua idea istitutiva ovvero la riaffermazione del soggetto nero come soggetto attivo, partecipante e soprattutto indipendente e auto-determinante. Un soggetto che non è nero solo per il colore della pelle, ma perché incarna in sé specificità diverse rispetto a quelle europee, non in opposizione, non in contrasto, semplicemente altre. Uno degli obiettivi precipui degli intellettuali della négritude era quello di sollevare le popolazioni africane dalla “minorità colpevole” direbbe Kant, dal complesso di inferiorità e subalternità mentale imposto dal gioco del colonialismo. Questo progetto abbracciava tutta l’Africa e da alcuni è stato criticato per avere, appunto, un raggio d’azione troppo vasto e omologante. Altri, come il nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, vedevano in questa riaffermazione e affrancamento un processo formale senza utilità, che ricalcava un’eredità mentale di stampo coloniale che divideva gli orizzonti anziché farli convergere, che ghettizza di nuovo nella categoria “nero” quando invece bisognerebbe usare la categoria “umano”. Famoso il suo aforisma: «La tigre non proclama la sua “tigritudine”. Essa assale la sua preda e la divora».

Come recita l’adagio, bene o male, l’importante è che se ne parli. Forse sì, perché al di là dei dibattiti intellettuali e le diatribe ideologiche resta la négritude come un accorato grido di identità che con la distanza dei decenni possiamo, e mi azzardo a dire dobbiamo, leggere come un grido di eguaglianza, perché in fin dei conti, la negritudine è anche questo. Una grande occasione di riflessione egualitaria e di speranza di pacificazione, come nelle parole di Senghor «O martiri neri, razza immortale, lasciate che dica parole che perdonano».

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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By on ottobre 10th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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