L’arte di essere cittadini: apologia dell’ora di Educazione civica

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L’arte di essere cittadini: apologia dell’ora di Educazione civica

Tecnicamente parlando, da sessant’anni a questa parte, tutti gli studenti e cittadini italiani dovrebbero essere, se non buoni conoscitori, almeno informati sull’ordinamento costituzionale del paese, sulle sue norme e leggi, e su come funziona il processo istituzionale e legislativo. L’ora di Educazione civica, introdotta nelle scuole italiane nel 1958 da Aldo Moro, alla fine, dovrebbe servire proprio a questo. Eppure, chiedendo al mio cuginetto che frequenta le medie − ordinamento dove l’ora di Cittadinanza e Costituzione, come secondo il decreto Gelmini del 2010, dovrebbe essere insegnata − se questa materia gli interessa, l’unica risposta che ottengo è un’espressione confusa, seguita immancabilmente dalla domanda «cos’è Educazione civica?».

Su Wikipedia, prima fonte di conoscenza riguardo qualsivoglia argomento per il 99 per cento della popolazione, Educazione civica è definita come «studio delle forme di governo di una cittadinanza, con particolare attenzione al ruolo dei cittadini, alla gestione e al modo di operare dello Stato». Insomma, una materia di primaria importanza, l’unico vero e proprio mezzo che lo Stato ha per formare i cittadini di domani: insegnare loro non solo il contenuto della nostra Costituzione, e quindi i diritti e doveri che ogni italiano ha, ma anche − come appunto da ultimo decreto − educazione ambientale, educazione stradale (codice della strada), educazione sanitaria (regole basilari di pronto soccorso) ed educazione alimentare. Un pacchetto di nozioni che dovrebbe, oltre a fornire una conoscenza basica sulle istituzioni italiane, sviluppare negli studenti sensibilità e responsabilità sociale, un senso di comunità che permetterà loro di muoversi nel contesto socio-istituzionale come veri e propri cittadini.

Eppure, nonostante le innumerevoli riforme che ogni governo puntualmente mette sul tavolo, nel tentativo di riformare un sistema scolastico sempre più allo sbando, questa materia via via svanisce, fino ad annullarsi: non c’è un orario designato, non c’è un professore, non ci sono voti. Si trova in un limbo, tra l’esistenza − sulla carta − e la non esistenza − nella pratica −, alla mercé della volontà dell’insegnante di storia.

Aldo Moro, ideatore dell’ora di Educazione Civica

Il problema è che costringendo l’educazione civica ad un ruolo secondario, a vera e propria materia fantasma, stiamo andando contro a uno degli obiettivi fondamentali dell’istruzione stessa: creare, e migliorare, i cittadini di domani. Una società, non importa quanto aperta, tecnologicamente avanzata o finanziariamente in regola, non potrà mai considerarsi “civile” in senso stretto se coloro che la costituiscono sono semplici abitanti e non cittadini. E come poter essere tali, se non ne possediamo l’educazione?  Nell’antica Roma, essere un civis, un cittadino romano, era il più grande onore che un uomo potesse avere: per Cicerone poter affermare «civis Romanus sum» invocava automaticamente una serie di diritti (e di doveri) che la Repubblica e la legge garantivano ai cives, e potersi arrogare di quel titolo rappresentava la più alta onorificenza e orgoglio.

Tralasciando l’evidente scarto tra la concezione di cittadinanza romana e quella odierna, il punto è che si è perso il senso di essere cittadini, di appartenere ad uno Stato, e soprattutto dei diritti e dei doveri legati a questa condizione, proprio perché non li si studia più, si ignorano.

Roberto Benigni

Come pretendere di riformare un Paese, di farlo ripartire, se mancano i mattoni fondamentali? A maggior ragione in questo ultimo periodo, in cui la possibilità di diventare o meno cittadino italiano riempie le pagine dei giornali e scatena infuocati dibattiti, fornire un’adeguata istruzione a chi lo è già, o spera di diventarlo un giorno, è una priorità che non può più essere ignorata. Come sostiene Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, la nostra sarà anche la più bella Costituzione del mondo, che tanto fa audience e fa emozionare ogni volta che Roberto Benigni la recita, ma questa bellezza sarà semplicemente caduca ed effimera, se continuiamo ad ignorarla.  

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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